Una voce per la memoria

Dai Modena City Ramblers alla carriera solista, il racconto di un artista legato alla Resistenza e all’ANPI

Di Claudio Palumbo

Stefano “Cisco” Bellotti è un artista che non ha bisogno di presentazioni. Amico storico dell’ANPI di Bagnacavallo, lo scorso anno il suo concerto al parco di Masiera fu un evento bellissimo, con tanta gente accorsa per cantare e ballare le canzoni di oltre trent’anni di carriera, con i Modena City Ramblers prima e da solista poi, con innumerevoli collaborazioni con gruppi che hanno fatto la storia della musica folk italiana come Casa del Vento, Gang e Bandabardò.

Che ricordo hai di quel concerto?
Mi ricordo una bella giornata di sole, in questo parco bellissimo. Mi è sembrato di partecipare a una festa paesana con tanta gente che ci è venuta a salutare. Soprattutto io adoro suonare il pomeriggio e non far tardi la sera! Sono cose che mi piacciono tantissimo!

Dicevamo che tu sei un amico storico dell’ANPI di Bagnacavallo. Ricordiamo un tuo video in teatro, durante il Covid, in cui indossavi il nostro fazzoletto “Partigiani sempre”. Ce l’hai ancora sì?
Ah sì sì, lo sapete, io ogni volta che salgo sul palco mi metto il vostro fazzoletto, da quando ho avuto modo di averne uno lo metto nella tasca dietro e mi fa molta compagnia. In qualche modo è un simbolo al quale sono molto legato per l’ANPI, per l’ANPI di Bagnacavallo, per Valentina, per tutto quello che ha rappresentato il vostro paese. Adesso poi ne ho anche più di uno che cambio di volta in volta anche perché i più vecchi si sono scoloriti, ma continuo a portarli sempre con me.

Nel corso della tua carriera musicale, il rapporto con la “memoria” è stato sempre presente, soprattutto nelle tue canzoni ma anche nelle tue dichiarazioni e nel tuo impegno sociale. Da dove arriva questo rapporto così stretto con queste tematiche e in che modo si è evoluto nel tempo?
Lo dico sempre nelle interviste, praticamente io sono nato con le storie della guerra, le storie dei partigiani. Questo perché casa dei miei nonni, nella prima campagna di Carpi, era posizionata in una strada di passaggio. In quella zona sono successe molte cose durante la guerra, tedeschi in ritirata, stragi nazifasciste, proprio lì di fronte quella casa. È sempre stato un argomento che mi hanno voluto tramandare sin da piccolo, io dico sempre che non sono nato con le favole di Biancaneve e i sette nani, o di Pinocchio, ma con le storie della guerra e le storie dei partigiani. Questa cosa mi ha influenzato tantissimo e quindi ogni volta che io parlo, canto, scrivo, in qualche modo ancora oggi rendo viva la memoria dei miei parenti che l’hanno vissuta in prima persona.

È un argomento che mi sta, quindi, molto a cuore da sempre. A volte so di essere un po’ pesante, ne parlo fin troppo, però credo ci sia bisogno ancora oggi di raccontare e di ricordare, soprattutto perché i giovani d’oggi non hanno punti di riferimento come li abbiamo avuti noi, che abbiamo avuto chi ha vissuto queste storie in prima persona e ce le ha raccontate. Noi che abbiamo ancora questa testimonianza in mente dobbiamo essere pronti a raccontarla sotto qualsiasi forma d’arte. Dovrebbe poi essere un compito soprattutto della scuola, rendere vivi quei racconti e far sì che quella storia non venga perduta, perché il rischio è che tra qualche anno nessuno più ne abbia memoria e questo è abbastanza triste.

Per la gente della mia età, hai rappresentato un vero e proprio punto di riferimento, non solo musicale ma anche culturale. Io, personalmente, ho letto Cent’anni di solitudine dopo aver ascoltato l’album Terra e Libertà in cui sono presenti canzoni come Macondo Express o Il ballo di Aureliano. La avverti questa sorta di responsabilità che hai avuto e come ti fa sentire?
Innanzitutto non la sento come una responsabilità, la sento prima di tutto come segno di invecchiamento! Molti giovani che non sono neanche più giovanissimi mi dicono “Sono cresciuto con le tue canzoni” e questa cosa mi rende orgoglioso, felice, mi fa sentire di aver fatto la mia parte, così come è stato per l’album Terra e Libertà in cui abbiamo raccontato Cent’anni di solitudine in mille modi, ma anche per le storie partigiane, della memoria, le storie del nostro paese.

Quindi insieme al fatto che mi fanno sentire “anziano”, è bello sapere di essere stato parte della vita di persone che si sono formate anche grazie alle nostre canzoni. Questa cosa mi fa sentire davvero felice anche se sono magari piccoli granelli di sabbia, però qualcosa abbiamo lasciato ed è un grandissimo orgoglio.

Sempre per “colpa” tua, mi sono innamorato dell’Irlanda. Galeotta fu la canzone “In un giorno di pioggia”, contenuta nell’album Riportando tutto a casa, disco d’esordio dei Modena City Ramblers. Com’è nata quella canzone ma in generale che senso aveva parlare d’Irlanda nell’Emilia degli anni 90?
Per capire bene “Riportando tutto a casa”, l’album che ha dato vita alla nostra storia musicale, bisognerebbe capire quegli anni e il nostro percorso iniziale. Noi non eravamo neanche persone che si conoscevano, a parte un paio all’interno del gruppo. Ci siamo trovati per caso, in Emilia, con la passione dell’Irlanda. In quegli anni lì l’Irlanda era una sorta di calamita che ci attirava, musicalmente, culturalmente, letterariamente e anche a livello cinematografico. Il gruppo più famoso al mondo in quel tempo erano gli U2, poi c’erano dei gruppi che a noi piacevano da matti, uno su tutti i Pogues di Shane MacGowan. Ecco, se tu ti sei innamorato dell’Irlanda con i Modena City Ramblers, i Modena City Ramblers si sono innamorati dell’Irlanda con i Pogues!

Dopo varie esperienze personali di ognuno di noi, siamo tornati in Emilia e, fondando i Modena City Ramblers, abbiamo creato il nostro piccolo mondo irlandese, un piccolo modo di vivere e condividere insieme storie, canzoni e anche semplicemente la voglia di condividere serate insieme attraverso la musica. Questa cosa ha fatto sì che ognuno di noi creasse piccole storie, canzoni, con la forte impronta irlandese. “In un giorno di pioggia”, che ci tengo a precisare è stata scritta da Giovanni Rubbiani, è un omaggio a quella terra che ci ha ispirato tanto e che ancora oggi in qualche modo ci ispira, magari in modo diverso, ma continua a essere un piccolo punto di riferimento nei nostri orizzonti.

Modena City Ramblers e Bandabardò. Io la considero la mia versione di Beatles e Rolling Stone, non riesco a dire a chi abbia voluto più bene. Secondo te, chi di voi erano i Beatles e chi i Rolling Stone?
Questa domanda la prendo come una battuta e rispondo con una battuta! Visto che il chitarrista della Bandabardò è Andrea “Orla” Orlandini, che è uno dei più grandi esperti dei Rolling Stones in Italia, non so quanti cavolo di concerti abbia visto, credo più di un centinaio, allora facciamo così: la Bandabardò sono i Rolling Stones, quelli più “sporchi e cattivi” e noi facciamo la parte dei Beatles, anche se di Beatles abbiamo poco a parte il fatto che li adoriamo come, secondo me, tutti dovrebbero fare. Io sono un grande collezionista dei Beatles, nell’ultimo disco ho dedicato una canzone a John Lennon e quindi faccio la parte del beatlesiano!

Chi sono, nel panorama musicale italiano di oggi, secondo te, gli attuali Modena City Ramblers e Bandabardò?
Non saprei davvero risponderti, secondo me non c’è niente di paragonabile a quella cosa lì. Io poi confesso che seguo poco il panorama musicale italiano attuale, sono più dedito ad ascoltare vecchi dischi e vecchie canzoni del vecchio millennio.

Torniamo alla tua carriera, nel 2006 esce il tuo primo album da solista, La lunga notte. Com’è stato rimettersi in gioco, da solo, dopo tanti anni all’interno di un gruppo così amato?
Ecco questa è una bella domanda. Nel 2006 esce “La lunga notte” che quest’anno compie venti anni. Non è stato semplice, ma era la cosa giusta da fare. Dovevo lasciare quella esperienza e rimettermi in gioco sia come persona che come artista. L’ho fatto attraverso “La lunga notte”, questo disco al quale ho dato tanto e devo tanto e ancora oggi, a distanza di vent’anni, gli voglio un
sacco di bene. Secondo me è un disco che andrebbe riascoltato e rivalutato, perché ci sono al suo interno canzoni che sono ancora attuali e ancora di interesse comune. Non è un disco che rispecchia i propri tempi e basta. È un disco che cerca di parlare alle generazioni in un modo diverso da quello che facevamo con i Modena e che ancora oggi secondo me ha il suo valore. Invito tutti quindi a riascoltare le canzoni de “La lunga notte”!

Nel 2016 poi esce un album al quale sono molto legato, Dinosauri, con Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani (e anche Massimo Giuntini e Kaba nella formazione). Cosa vuol dire essere un dinosauro? Ti senti ancora così?
Esatto, dieci anni fa usciva “Dinosauri”, un altro disco al quale sono molto legato anche perché mi ha dato modo di ritornare in studio insieme a vecchi amici come Giovanni e Alberto. Non facevamo un disco assieme dai tempi dei Modena, l’ultimo era stato Fuori Campo nel 1999, figuratevi. È un disco autobiografico, Dinosauri siamo noi, siamo artisti giurassici, fuori tempo, che però hanno ancora tante storie da raccontare e tante cose da dire. Abbiamo molto giocato su questo nostro essere fuori dal tempo e ci siamo divertiti, insieme a Massimo Giuntini con i suoi strumenti meravigliosi, che ha arrangiato e arricchito tutto il lavoro del disco e Kaba che ha fatto il produttore come ai vecchi tempi. È stato un po’ come ritornare indietro all’epoca di 15-16 anni e tornare in studio insieme ai miei ex soci, ai miei amici e fare un nuovo progetto con loro. Se mi sento ancora “dinosauro”? Bè certo, mi sento ancora così, anche il mio ultimo disco che si chiama “Reduci” è figlio del sentirsi sopravvissuti, dinosauri, fuori tempo, ai margini, ma necessari perché parte della storia e questa storia la vogliamo rivendicare, cantare e suonare.

Negli ultimi anni ha fatto ricorso, per la produzione dei tuoi album, allo strumento del crowdfunding. Com’è nata questa esperienza? La consiglieresti anche a giovani cantautori?
Negli ultimi anni, gli ultimi 3-4 album sono stati fatti con il crowdfunding e la considero una benedizione. Quando vuoi fare un disco di un certo tipo vai incontro a diverse spese. Avere gente che ti supporta prima ancora che tu il disco lo realizzi, che in qualche modo ti sostiene sulla fiducia, in base soprattutto a quello che tu hai rappresentato per loro, o hai creato fino a quel punto, è fondamentale e quindi ringrazio sempre tutti i miei sostenitori di crowdfunding. Nei giorni nostri per gruppi come noi lo considero indispensabile. Per quanto riguarda i giovani cantautori e musicisti, mi sento di consigliar loro questo strumento se hanno una fan base o se hanno un gruppo di persone su cui poter contare. Potrebbe però essere una bella esperienza per tutti.

Vedo che ormai molti lo usano come metodo per realizzare album, ma non solo, anche progetti, libri, film e credo che sia una delle cose positive dei nostri anni tecnologici. Penso che sia una delle cose più intelligenti che abbiamo a disposizione per realizzare progetti e coinvolgere le persone prima ancora che il progetto sia pronto. Per me la prima volta è stata per un progetto parallelo, la mia biografia e subito ho visto che c’era molto interesse a riguardo. Io non ci capivo niente all’epoca però riuscimmo a realizzare il progetto. Fu molto divertente, da lì ho capito che poteva essere uno dei mezzi principali per realizzare i dischi, che hanno costi impegnativi. Diciamo che sono partito senza sapere bene cosa stessi facendo, poi pian piano col tempo ho imparato a usarlo e oggi facciamo delle campagne molto ricche grazie all’aiuto della gente che ci supporta.

Mille sono le domande che vorrei fare, ma lo spazio a nostra disposizione sta per terminare. Ti chiedo quindi: su cosa stai lavorando ora? Quando ci rivediamo?
La cosa principale, la più importante, è che è appena uscito un nuovo album, un doppio album che si chiama “Reduci”. Doppio CD oppure doppio vinile che potete trovare alla bancarella dei miei concerti oppure sul mio sito, nella sezione “Bancarella”. Il primo disco è dedicato alle storie della guerra e della Resistenza. Canzoni inedite e rifacimenti, per esempio un brano al quale tengo particolarmente che è Die Moorsoldaten, il canto dei deportati, brano scritto dai prigionieri tedeschi nei campi di concentramento negli anni ’30. Erano tedeschi non allineati con il regime nazista e all’interno dei campi di prigionia scrissero questa canzone secondo me meravigliosa. Die Moorsoldaten letteralmente significa i soldati del pantano, adattata e tradotta poi in italiano con “Il canto dei deportati”.

Ci sono poi tante altre storie legate a quel periodo, per esempio un canto antimilitarista che si chiama “Memorie di un soldato”. Il secondo disco è invece un po’ vecchio stile, dedicato a storie che sono sempre di reduci, di resistenza, ma non legate alla guerra e alle azioni partigiane. Sono legate a personaggi e storie di vite dei nostri tempi che però continuano a essere storie di reduci resistenti.

Invito tutti quindi ad ascoltare questo nuovo album, grazie di tutto e alla prossima!


Stefano Bellotti (Cisco)

Nato a Carpi nel 1968, è noto soprattutto per essere stato la voce storica dei Modena City Ramblers dal 1992 al 2005. Dotato di una voce calda e riconoscibile, Cisco ha contribuito a definire l’identità sonora della band, mescolando folk irlandese, combat rock e canzone d’autore italiana. Con i Modena City Ramblers ha inciso album fondamentali come Riportando tutto a casa e Terra e libertà, diventati simbolo di un’intera generazione attenta ai temi sociali, alla memoria storica e all’impegno politico. Nel 2005 lascia il gruppo per intraprendere la carriera solista, con cui prosegue un percorso coerente fatto di musica popolare, racconti di vita e attenzione ai diritti e alle storie delle persone. Tra i suoi lavori da solista si distinguono album come La lunga notte e Indiani e cowboy, in cui unisce sonorità folk, rock e radici emiliane. Artista profondamente legato al territorio e alla dimensione live, Cisco è apprezzato per la sua capacità di creare un forte rapporto con il pubblico e per la coerenza tra musica e valori, che lo rendono una delle voci più autentiche del panorama folk-rock italiano.

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