Lorenzo Tugnoli è nato a Lugo nel 1979, si trasferisce a Sant’Agata sul Santerno nel 1984. Segue da anni l’area del Medio Oriente e dell’Asia centrale e vive tuttora nella capitale libanese. Collabora fin dal 2010 con quotidiani e riviste internazionali, tra cui il «Washington Post», come freelance; i suoi servizi sono pubblicati anche da «New York Times», «Wall Street Journal» e «Time Magazine». Nel 2018 realizza un lungo reportage fotografico nello Yemen per il quale, nel 2019 vince il premio Pulitzer.
Lei è il primo italiano ad aver vinto il premio Pulitzer per la fotografia. Ma come ha iniziato a fare questo lavoro?
Mi sono appassionato alla fotografia mentre studiavo fisica all’università di Bologna. Lì ho conosciuto Massimo Sciacca, un fotografo che è stato il mio mentore; lavorando con lui ho imparato come si fa a costruire storie per immagini. Negli anni seguenti ho cominciato a viaggiare soprattutto in Medio Oriente. La svolta è arrivata quando mi sono trasferito a Kabul in Afghanistan. Era l’inizio degli anni 2010 e c’erano molte ONG e giornali che avevano bisogno di immagini, lì ho cominciato a lavorare stabilmente come fotoreporter e tutt’ora sono molto legato a questo paese dove continuo a tornare da più di un decennio tanto che quest’anno pubblicherò un libro con le immagini che ho scattato prima e dopo il ritorno dei Talebani.
Qual è stato il percorso che l’ha portata ad andare in luoghi come Yemen, Libia, Libano, ed altri, con una storia così complessa?
Mentre ero alle prime armi ho cominciato a esplorare una serie di luoghi che mi affascinavano e che erano spesso sulle pagine dei giornali, sono stato in Palestina poi in Iran poi in Libano. Presto mi sono appassionato a quest’area del mondo e tutt’ora cerco di capirla e raccontarla. Mentre le rispondo sono in Libano per lavorare a una storia su questo paese.
Come ci si sente nel confronto con questi luoghi e di queste situazioni?
Il mio rapporto con questi luoghi è cambiato nel tempo. All’inizio li vedevo come dei paesi esotici e pericolosi. Ma quando si comincia a allerti. Sono molto fortunato di poter fare questo lavoro, entro in situazioni molto particolari e conosco persone con storie straordinarie ma è molto importante fare sempre molta attenzione a rispettare le persone che si incontrano, rappresentarle in conoscere un luogo e capire un po’ la lingua, il modo in cui si guarda si trasforma. Il Medio Oriente ha una storia millenaria e multiculturale e non si può capirlo completamente se non si è di qui. Le esperienze e le persone che si incontrano sono una fonte inesauribile di motivazione per continuare a cercare di capire. La conoscenza aiuta a sviluppare uno sguardo più complesso che alimenta l’empatia.
Si sente una responsabilità nella rappresentazione che dà attraverso le sue immagini?
Sento molto fortemente la responsabilità Della rappresentazione, soprattutto perché lavoro per i giornali americani e specialmente per il Washington Post. Anche questa è una cosa che è maturata nel tempo. All’inizio, penso come succeda a molti, ero molto influenzato dalle immagini che avevo visto sui giornali e cercavo di emularle. Con il tempo e con l’esperienza, sono diventato più sospettoso di questo approccio. Anche se non è mai del tutto possibile superare i propri preconcetti, è importante rimanere modo sensibile e ovviamente fare in modo che non vengano messe in pericolo dalla pubblicazione delle mie immagini. A volte è difficile trovare un compromesso tra uno sguardo delicato e la necessità di produrre delle immagini forti per il giornale.
Di cosa tratta la mostra che verrà inaugurata a Bagnacavallo e che sentimenti porta con sé?
La mostra è nata come progetto collettivo con la curatrice Francesca Recchia e l’architetto Diego Segatto. Verrà inaugurata il 24 aprile all’Ex Convento di San Francesco a Bagnacavallo e raccoglie le immagini che ho scattato in Palestina e in Libano da prima dell’inizio della guerra il 7 Ottobre 2023 ad oggi. La narrazione mediatica del conflitto attuale in Palestina è stata caratterizzata da manipolazioni e silenzi, da parole che sono state omesse per raccontare i fatti e dal modo in cui si è attribuita autorevolezza a una voce o a un’altra. La mostra parte da queste parole e propone una riflessione che possa invitare ad uno sguardo critico e a rimettere al centro il ruolo della testimonianza e della narrazione.
Perché è così importante, alla vigilia dell’80° Anniversario della Liberazione, esporre questa mostra?
Durante la Festa della Liberazione si celebra la libertà e il senso di identità civile e culturale del nostro paese. Si celebrano le persone che hanno lottato per la libertà dal regime fascista e dall’occupazione nazista. All’origine del conflitto in Medio Oriente c’è un’occupazione militare che va avanti da decenni e la resistenza del popolo palestinese che lotta per l’autodeterminazione. L’Anniversario della Liberazione è un momento importante anche per riflettere sulla libertà e sul diritto di essere informati correttamente su quello che succede.