Scioperi

Già a partire dal ‘34 l’economia italiana è in grave crisi (un milione di Sciopericapifamiglia disoccupati su una popolazione intorno ai 30) e il lavoro è da considerarsi un privilegio al quale si può accedere solo con la tessera del PNF; per questo gran parte del sottoproletariato si rende disponibile alle imprese belliche e ai trasferimenti nelle colonie.

La campagna ha una struttura privata suddivisa in mezzadria, patti agrari di tipo patriarcale, regalie, corvee, terzeria. È appena meno che arcaica ma nessuno si pone il problema, anzi per gli uomini che la lavorano viene riservata una cultura elementare e imitativa, nessuna preparazione alle deduzioni logiche e al senso civico. Le industrie sono pochissime e con la struttura in opificio (si salva l’IRI) dove le rivendicazioni di massa sono ritenute non necessarie perché ci pensano le corporazioni di mestiere, rappresentate di diritto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Così, quando nel marzo del ‘44 c’è il grande sciopero contro le insopportabili condizioni di lavoro, le donne della Callegari e dello Jutificio di Ravenna vengono schedate come oppositrici antifasciste: politiche!

In verità dire che questi scioperi sono spontanei e basta è uno sbaglio. Anche il CLN interviene per favorirli e, pur restando celato, ordina che le agitazioni siano le più estese possibili, ma che nel contempo nessuna azione armata sia praticata, perché inopportuna. L’idea è che le rivendicazioni sindacali permettano di unire le persone per un fine comune, in una stessa classe sociale; e poi le agitazioni impediscono la produzione industriale che sempre serve a sostenere lo sforzo militare della RSI e tedesco.

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