Pace in medio oriente

La situazione in Medio Oriente, a seguito dell’uccisione del generale iraniano Soleimani, precipita sempre più ed è urgente fare ogni sforzo per evitare una guerra che coinvolgerebbe anche il nostro Paese nel Mediterraneo.

E bene ha fatto il Presidente del Consiglio a smentire pubblicamente e subito il coinvolgimento della base di Sigonella alle azioni militari nell’uccisione di Soleimani.

L’Anpi di Ravenna, di concerto con l’Anpi nazionale, auspica che finalmente l’Unione Europea, già troppe volte reticente, assuma una posizione chiara e forte che metta al primo punto la pace nel Medio Oriente.

I partigiani, i patrioti, gli antifascisti tutti invitano ad una militanza attiva affinché la pace nel mondo sia mantenuta nel rispetto del diritto internazionale e delle norme più elementari della convivenza civile. Norme per le quali la Resistenza s’impegnò e volle scrivere nei Principi Fondamentali della Costituzione.

 

Professor Ivano Artioli

Presidente ANPI Ravenna

Share

Un’altra idea dell’Italia

di Ezio Mauro, La Repubblica

Il presidente Mattarella rilancia il Paese silenzioso e i giovani che sanno capire prima i rischi e le opportunità delle sfide mondiali

Un cambio di prospettiva, dunque, nel discorso di Capodanno, seguito da dieci milioni di italiani, come se ci fosse all’improvviso bisogno di un pensiero repubblicano, di un’altra idea d?Italia.

E di conseguenza, un passaggio di responsabilità.

Tocca alla società civile farsi soggetto del cambiamento, non solo alla società politica.

Di fronte alla complessità dei problemi, e alla loro dimensione globale, la semplificazione populista ha prosciugato l sua stessa fonte, e poggi anche il risentimento vuole politica, perché trasformarsi in antipolitica non è più sufficiente. La fase chiede che il cosiddetto Paese reale svolga il suo compito civile, colmando finalmente gli spazi civici desertificati nel ventennio.

Naturalmente questo non significa assolvere il mondo politico e istituzionale, perché la democrazia nella materialità quotidiana deve recuperare una sua efficacia, tornando a incidere nella vita concreta dei cittadini, esposti agli effetti della crisi più pesante del secolo.

A partire dai problemi che indeboliscono l’Italia, e che Mattarella ha enumerato, dalle disuguaglianze trasformate in esclusioni, alle crisi aziendali, a una base produttiva da rinsaldare e riconvertire, alla mancanza vera e propria di lavoro, cioè dello strumento democratico capace di creare società e cittadinanza.

Tuttavia è il momento per la società di tornare ad avere fiducia in se stessa, sapendo che fiducia e speranza generano responsabilità, restituiscono coesione, difendendo così le libertà di tutti.

C’è una leva che può essere usata a questo fine, ed è “l’Italia silenziosa che non ha mai smesso di darsi da fare” e che nelle emergenze rivela veri e propri eroi civili, cittadini anonimi che scelgono la solidarietà e il bene comune anche a costi personali altissimi. L’altra leva sono i giovani, che sanno capire prima e meglio le opportunità e i rischi delle sfide globali (prima fra tutte quelle del mutamento climatico), e ai quali la responsabilità va finalmente affidata, e non solo richiesta.

Il circuito democratico tra popolo, istituzioni e potere non è a senso unico, dopo un’intera stagione trascorsa a scaricare tutte le colpe sulla politica, il Parlamento e i partiti: perché, avverte il capo dello Stato, è proprio il comune sentire della società che si riflette sulle istituzioni, le influenza, e – potremmo aggiungere – alimenta lo spirito repubblicano trascurato nel decennio e abusivamente sostituito dall’egoismo del nazionalismo sovranista.

Così, inevitabilmente, emerge un nuovo profilo del Paese e dell’identità nazionale, troppo spesso brandita come un’arma a guardia della separazione della differenza ostile.

Nel mondo, ricorda Mattarella, l’Italia per geografia e per tradizione è vista come “punto d’incontro” tra l’Europa e le culture e le civiltà di altri continenti.

Questa è la vicenda della nazione, e la coscienza politica di questa condizione storica è un elemento

del senso civico da ricostruire per bloccare “aggressività, prepotenza, meschinità che lacerano la convivenza”. Sono il riconoscimento ed il rispetto dei diritti nostri ed altrui che rendono la società più sicura, perché i diritti camminano, e nel loro percorso alzano la cifra comune, della democrazia, di cui usufruiamo tutti.

Tant’è vero, avverte il presidente, che “quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”.

Un discorso che può essere inteso come partigiano solo da chi considera di parte la Costituzione.

E si capisce che Salvini lo abbia subito attaccato come “mellifluo, incolore indolore, insapore”, mentre affida a se stesso il compito supremo di “restituire agli italiani la libertà negata, con l’aiuto di Dio e del cuore immacolato di Maria”.

Una missione religiosa, sacra, addirittura divina, che suona come un involontario esorcismo populista contro il riemergere del senso civico e del patriottismo repubblicano, su cui si reggono le democrazie, costruzioni umane per la convivenza, non terre di crociate da redimere.

Share

Quegli schiaffi a Venezia in nome del Duce

di Paolo Berizzi, La Repubblica

L’acqua alta della democrazia si misura all’alba degli anni Venti del terzo millennio: e che sia accaduto in piazza San Marco, proprio lì, è l’ultima beffa del caso. Il brano di vigliacchi che allo scoccare della mezzanotte del 2020 in mezzo alla folla gioiosa di Venezia ha pestato Arturo Scotto al grido di “Anna Frank sei finita nel forno” e “Duce duce”, non è solo il pessimo esordio del nuovo anno. È l’ennesimo segnale di un fenomeno preoccupante e (ancora) sottovalutato: lo squadrismo nazifascista 2.0. Gruppi estremisti che, persino in una notte di festa, e dunque un contesto neutro, scevro dalla contaminazione dell’odio politico, si calano in testa il cappuccio dell’infamia e delle parole – le più vomitevoli, quelle che lordano i social e rimbalzano nelle curve nere degli stadi – passano ai fatti. Stavolta è toccato ad un politico. La notte del 31 dicembre è in piazza con la moglie ed il figlio quattordicenne per brindare al Capodanno: da padre di famiglia, tra decine di migliaia di persone. C’è l’uomo e basta, non il politico. E tutto avrebbe immaginato, Scotto, aspettando il rituale countdown e i fuochi d’artificio, tranne che ritrovarsi con il volto tumefatto dai cazzotti di otto ragazzi; otto picchiatori travestiti da festa che colpiscono l’ex parlamentare di Sel (oggi dirigente di Articolo 1-Mdp) per fargli pagare la sua colpa: avere difeso i valori della democrazia nata dall’antifascismo. La violenza cieca deflagra quando Scotto osa l’inosabile, almeno per chi rimpiange i dittatori e si esprime con le mani: chiedere alla comitiva di piantarla di gridare “Duce duce” e intonare cori nazisti. Giù pugni. L’esaltazione dei forni crematori e le botte a cavallo del Capodanno sono lo schifo che può produrre l’animo di chi ha l’odio nelle vene e la testa in modalità vuoto pneumatico. Non ha importanza sapere se i nazistelli che cantavano “Duce tu scendi dalle stelle” e che dopo il pestaggio sono scappati come conigli fossero anche ubriachi. Ciò che conta, purtroppo, è che questi delinquenti – criminali ideologici ancor prima che autori di un’aggressione – girano tranquillamente e da tempo si sentono ringalluzziti, in parte anche sdoganati. E, se non protetti, comunque non più fuori dal perimetro della società. Armate dagli slogan dei loro padrini – leader politici, ex ministri, ex governatori, anche da una certa stampa che usa le parole come manganelli – le squadracce nere entrano in azione perché godono di buon vento. E a volte di una sostanziale tolleranza (non solo) da parte della destra fasciosovranista. Continuando a minimizzare il fenomeno, e definendolo figlio di una violenza generica, si diventa complici. E il più grande favore che si può fare ai fascisti ed ai nazisti è dire che non esistono. Dopo la vergogna di Venezia (vergognoso anche il consiglio dell’agente della polizia locale che ha suggerito a Scotto “faccia denuncia domani”, come se festeggiare l’inizio dell’anno nuovo fosse più importante che cercare un branco di naziskin) chiediamo: quanto tempo ancora dovrà passare prima che lo Stato intervenga per sciogliere le organizzazioni fasciste? Fino a quando si continuerà ad indugiare di fronte allo squadrismo? Che non abbia mosso un dito il governo Lega-M5S si può comprendere (c’era un ministro dell’Interno che all’estrema destra strizzava l’occhio). Ma l’esecutivo attuale, perché non batte un colpo? Lo chiediamo al premier Conte. Lo chiediamo ai ministri che, come i loro predecessori, hanno giurato sulla Costituzione antifascista.

Share

CIAO MARISA

Marisa Ombra, la nostra cara Marisa, non c’è più.

Lo abbiamo appreso stamane con immenso dolore e commozione. Nata nel 1925, è stata staffetta partigiana nelle Langhe con le Brigate Garibaldi, Vice presidente nazionale della nostra Associazione, amica e compagna di tante battaglie per ridare a questo Paese un po’ di fiato civile e democratico, riconsegnandolo pienamente alla memoria di un prezioso tempo di liberazione. Dopo tanto girovagare per il Paese, in tutti i luoghi dove avvertiva la necessità di un confronto profondo e incisivo, è giunta qualche anno fa la stagione degli impedimenti fisici e dunque della costrizione in casa. Non comunicava quasi più Marisa ed è mancato molto ai vertici nazionali, e all’ANPI tutta, quella capacità di comprensione delle dinamiche politiche e sociali, di previsione delle loro involuzioni, di approccio laico e unitario alle questioni più spinose, di attenzione ai bisogni e alle ansie delle nuove generazioni. Per lei, poi, era importantissimo ricordare e riscoprire il ruolo delle donne nella Resistenza. Sia le partigiane in armi, sia le tante contadine e operaie che sostennero la lotta contro il nazifascismo difendendo fabbriche e campi.

Alcuni anni fa fu animatrice di un importante convegno promosso dall’ANPI sui “Gruppi di difesa della donna”, a significare che la Resistenza costituì anche un momento di grande emancipazione delle masse femminili.

L’ANPI, la sua missione statutaria, il suo presentarsi alla società con autorevolezza e autenticità le devono molto. L’ANPI ti deve molto, Marisa, e da oggi sei entrata nel nostro migliore patrimonio di dirigenza e sapienza.

Ciao

PRESIDENZA E SEGRETERIA NAZIONALI ANPI

Roma, 19 dicembre 2019

Share