Schede informative

L’INIZIO DELLA RESISTENZA

La Repubblica sociale italiana

Il Duce diventa un “quisling”, ovvero un capo fantoccio. Quando il 12 settembre 1943 paracadutisti tedeschi lo liberano dal rifugio di Campo Imperatore sul Gran Sasso (trasferito a forza per ordine di Vittorio Emanuele III dopo il 25 luglio) e lo portano da Hitler che lo attende per fondare il nuovo Stato, la Repubblica Sociale Italiana (RSI).

1È lui che ne viene riconosciuto il capo. Ma è una maschera. A comandare sono solamente i tedeschi, anzi, nell’occasione, l’Italia rimpicciolisce territorialmente perché Mussolini dona alla Germania le province di Trieste, Trento, Bolzano, Gorizia, Udine, Belluno, Pola, Fiume.

Il 31 dello stesso mese sui muri delle città e dei paesi non ancora liberati, i fascisti (già chiamati repubblichini) affiggono i bandi di reclutamento che riguardano tutti gli uomini che vanno dai 17 ai 35 anni d’età. Chi non ubbidisce é da considerarsi disertore e quindi soggetto al tribunale militare: la pena è la fucilazione.

I soldati tornati a casa dopo lo sfaldamento dell’esercito, si trovano obbligati a indossare di nuovo una divisa. Quelli che hanno già idee politiche antifasciste si oppongono coscientemente al bando precetto, ma la gran parte agisce d’istinto e d’accordo con le proprie famiglie cerca nascondigli. Sono momenti d’incertezza. Serve una guida. Un’organizzazione politica che non faccia solo opposizione al contingente ma abbia un pensiero elaborato. Solido.

Iniziano anche i primi rastrellamenti.

Le strade cittadine vengono chiuse alle due estremità dai repubblichini, gli uomini che vi si trovano dentro sono fermati. Devono mostrare i documenti e vengono indotti ad aderire alla RSI, se rifiutano sono deportati nei campi di lavoro nazisti.

A Ravenna la comunicazione ufficiale che si è formata la RSI arriva il 24 settembre. La Federazione fascista riceve l’ordine di organizzarsi, cosa che fa immediatamente nominando il nuovo Capo della provincia e il nuovo Direttorio che intervengono subito sulla comunicazione: il settimanale “La Santa Milizia” cambia direttore e riprende le pubblicazioni, mentre “Il Resto del Carlino”, dopo un periodo confuso nel quale è costretto a dare limitate informazioni, ritorna ad avere tutte le sue pagine. Entrambi, oltre all’attualità, iniziano un’opera di denigrazione della monarchia Sabauda e di esaltazione di Mazzini e Garibaldi, nonché di un intellettuale insolito e poliedrico di Casola Valsenio: Alfredo Oriani.

Di fronte a queste notizie i ravennati mostrano poco interesse, non credono né allo spirito repubblicano dei fascisti né alle loro persone. Piuttosto incominciano a organizzare una struttura clandestina militare. Tra i primi c’è Celso Strocchi, un meccanico che nella sua piccola officina di casa aggiusta le poche armi recuperate.

La cultura della Nazione Italica unica nel mondo ed eroica perde di consistenza. Il processo di educazione al Fascismo delle nuove generazioni (modello per Hitler in Germania e Franco in Spagna) che ha come fine una completa sudditanza al Duce, sempre indiscutibile e infallibile, mostra tutta la sua debolezza e, con sorprendente velocità, gli oceanici incontri davanti a palazzo Venezia radiotrasmessi in tutte le piazze d’Italia paiono dimenticati, lontanissimi.

Riemergono le idee censurate dal Regime, ma ve ne sono anche di nuove e del tutto inedite. I partiti parlano di una sovranità dal basso e, pur nella difficoltà di un intero paese abituato al demiurgo e alla retorica del gesto, fanno conoscere che ci può essere un altro modo di vivere lo Stato, ovvero gestirlo attraverso una democrazia popolare rappresentativa.

I leader antifascisti appartengono a diversi schieramenti politici, ma stanno insieme nella lotta militare e sociale, seppur con un peso diverso nel Comitato di Liberazione Nazionale (il CLN) e nella società.

A Ravenna quelli comunisti sono i più organizzati. Uomini coraggiosi, instancabili, tempestivi. Possono avvalersi del pensiero di eroi nazionali, come Gramsci fondatore del foglio clandestino “L’Unità” e morto nelle carceri fasciste.

Parlano di lavoro, repubblica, suffragio universale e i concetti non riguardano solo l’immediato ma anche il poi… a fine guerra cosa si fa?

Seguono i repubblicani che hanno tradizioni garibaldine e mazziniane, il loro fine è quello di una democrazia rappresentativa, ma con un sistema produttivo che prevede lo sviluppo della piccola proprietà e la cooperazione.

Anche i socialisti con Nullo Baldini vogliono la cooperazione.

I cattolici riprendono Don Sturzo e il cattolicesimo meno confessionale e più sociale.

Il partito D’Azione ha intellettuali importantissimi (si pensi al Professor Calamandrei) ed è profondamente democratico: per primo i diritti civili a ogni persona!

La rotta dell’8 settembre
Torna su

Rotta dell'8 settembreIl Fascismo, sfiduciato dalla gente nei 40 giorni che partono dal 25 luglio 1943, perde anche fedelissimi sostenitori: i quotidiani diventano apertamente antifascisti e il settimanale “La Santa Milizia”, vero organo di propaganda della Federazione ravennate del Fascio, chiude. Quando poi arrivano le notizie che il Re, la sua famiglia e gli alti ufficiali sono scappati a Brindisi (la città è stata scelta con cura: è controllata dagli inglesi, anche loro monarchici) la popolazione reagisce addirittura con scherno e derisione.

Lo stesso Maresciallo Badoglio, che pure ha invitato alla continuazione della guerra ed è, oltre che Primo Ministro, anche il massimo comandante militare, preferisce abbandonare il campo, seguire il Re, lasciare l’esercito senza guida. Nelle caserme gli ufficiali e i soldati sono confusi. Qualcuno si oppone con le armi ai tedeschi che sempre li attaccano per tradurli in Germania, Austria, Polonia come prigionieri. Altri si arrendono. La grande maggioranza prende la via di casa: è la rotta dell’8 settembre e dei giorni a seguire.

Giovani con ogni mezzo, a piedi o in bicicletta o in treno, calano dalle province dell’alta Italia. Per Ravenna e i paesi intorno passano militari stanchi e affamati, provengono dal Triveneto e devono assolutamente disfarsi delle divise.

La popolazione è generosa, soprattutto quella di campagna, che pur nelle ristrettezze economiche, e nel pericolo della spiata ai tedeschi e della inevitabile ritorsione, dà ospitalità, ricovero e abiti.

Sono questi i giorni della grande solidarietà.

8 settembre 1943
Torna su

ArmistizioQuando alle 19,45 il Maresciallo Badoglio legge alla radio il Proclama dell’Armistizio, non fa che una dichiarazione tardiva e maldestra perché i tedeschi già sanno e hanno attaccato le prime caserme italiane; da ben tre ore, infatti, Radio New York ne ha dato notizia dettagliata.

Nelle città c’è grande confusione e fermento.

Dal popolo però emergono leader e a Ravenna parla Arrigo Boldrini: di prima sera arriva al caffè in piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza del Popolo), consegna la pistola di ordinanza a Gigi Laghi, gestore del Grand’Italia, e con altri giovani va nella vicina piazza Garibaldi, dove molti cittadini commentano le notizie.

Boldrini, dopo un attimo di esitazione, spinto dai compagni dice poche chiare cose: la monarchia è come il Fascismo: responsabile della guerra! La sostituzione di Mussolini con Badoglio è solo il tentativo di salvare la Corona dal giudizio popolare e storico, i fascisti ci sono ancora e la libertà deve essere conquistata dal popolo intero.

Il suo tono e la sua convinzione contagiano i presenti, ma non riesce a continuare perché la polizia interviene, cerca di arrestarlo, lo salva una ragazza, Lina Vacchi, che in bicicletta lo ricovera da una famiglia sicura.

Quella stessa notte, nelle case degli antifascisti si commentano i fatti conosciuti e si cerca d’interpretare i nuovi sentimenti popolari.

E’ chiaro che lo spirito di libertà esploso con il 25 luglio, e già mortificato da Badoglio, viene a offuscarsi ulteriormente dal fatto che i tedeschi considerano nemici e traditori gli italiani tutti: militari e civili.

25 luglio: i moti
Torna su

I ravennati quando sentono alla radio che Mussolini è stato arrestato e Dimissioni di MussoliniBadoglio è il nuovo Primo Ministro, pensano che il Fascismo sia finito.Non trattengono l’entusiasmo e scendono in strada, hanno voglia di fare quello che per anni è stato vietato: discutere, dire la propria opinione.

I fascisti sono spaventati e scappano fuori provincia o si rifugiano presso parenti, quelli che sanno essere colpevoli di violenze temono la vendetta della folla. A Ravenna (come a Faenza, Lugo, Russi, Alfonsine, Cervia) i partiti decidono di uscire dalla clandestinità e, dove ne hanno la forza, organizzano riunioni e mobilitano le piazze. Nasce (tra il 25 e il 30 luglio) il Comitato d’azione antifascista che è espressione del popolo più democratico ed evoluto socialmente, chiede la fine della guerra con l’immediata cacciata dei tedeschi; si contrappone a Badoglio e al Re che, nell’intento di recuperare prestigio alla Corona, dichiarano, invece, che la guerra continua!

Il Comitato organizza, o solamente segue, a seconda delle diverse realtà, la gente che attacca i simboli della dittatura. Le Case del Fascio sono violate e in istrada finiscono i quadri e i busti di Mussolini, e poi effigi, gagliardetti, schedari. Nessuno porta più l’obbligatorio distintivo fascista all’occhiello, chiamato con scherno popolare “La cimice.

Grandi protagonisti sono i ragazzi non ancora in età da soldato che hanno timore della chiamata alle armi, e le donne che hanno figli e mariti in guerra e sperano in un loro veloce ritorno. Il senso della realtà la danno i leader politici, sono loro a far intendere che l’agitazione non dev’essere un fuoco di paglia, ma attende a qualche cosa di nuovo per tutti attraverso un chiaro disegno sociale alternativo.

Dal 25 luglio all’8 settembre
Torna su

BadoglioBadoglio ordina di reprimere quegli italiani che si adoperano per una pace immediata, capeggiano le contestazioni al Fascismo, scendono in piazza. Il generale di Stato Maggiore dell’esercito Mario Roatta ubbidisce con zelo, nella sua circolare alle truppe afferma che “Si tira sempre a colpire come in combattimento”. Ne consegue che nei primi cinque giorni successivi alla caduta di Mussolini si contano ben 83 morti, 308 feriti e oltre 1500 arresti.

La popolazione è delusa e avverte, seppur non ancora identificando bene, che qualche cosa di grave si sta preparando. Fa riferimento ai partiti che continuano a lavorare. I più organizzati sono il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Repubblicano, il vecchio Partito Liberale e due nuove organizzazioni politiche: la Democrazia Cristiana e il Partito D’Azione.

Intanto i bombardamenti degli Angloamericani si avvicinano sempre più, colpiscono duramente Bologna, Argenta, la campagna, mentre intere divisioni tedesche passano il Brennero e occupano l’Italia; provengono dalla Francia e dal confine orientale, arriva su treni merce e in brevissimo tempo entrano nelle città. A Ravenna il Podestà e il Prefetto restano gli stessi, però vi si aggiunge un forte potere militare germanico; ma i ravennati non vogliono questo alleato e i rapporti, già difficili, peggiorano quando il 3 settembre, proprio lo stesso giorno dello sbarco dell’armata angloamericana in Calabria, il generale Castellano firma, a nome del Re, lo Short Military Armistice. La notizia non viene data e la popolazione ne resta ignara, come pure le forze armate italiane, mentre l’Alto Comando tedesco ne ha sentore e si prepara a reagire.

La Repubblica sociale italiana
Torna su

A Ravenna la comunicazione ufficiale che si è formata la RSI arriva il 24 Repubblica Sociale Italianasettembre. La Federazione fascista riceve l’ordine di organizzarsi, cosa che fa immediatamente nominando il nuovo Capo della provincia e il nuovo Direttorio che intervengono subito sulla comunicazione: il settimanale “La Santa Milizia” cambia direttore e riprende le pubblicazioni, mentre Il Resto del Carlino, dopo un periodo confuso nel quale è costretto a dare limitate informazioni, ritorna ad avere tutte le sue pagine.

Entrambi, oltre all’attualità, iniziano un’opera di denigrazione della monarchia Sabauda e di esaltazione di Mazzini e Garibaldi, nonché di un intellettuale insolito e poliedrico di Casola Valsenio: Alfredo Oriani.

La teoria della lotta in pianura
Torna su

La lotta in pianuraTra i leader partigiani c’è un confronto sulla strategia da tenere: guerra di montagna o guerra di pianura?

L’idea prima è quella di preferire la montagna, che offre certamente maggiori ripari naturali. I soldati che vengono dalla Jugoslavia e conoscono la lotta partigiana di Tito ne sono convinti sostenitori. Ritengono che le strade strette, la vegetazione, gli sperduti casolari offrano rifugio sicuro. Inoltre, le notizie che arrivano parlano di gruppi già presenti nelle colline bolognesi, toscane, marchigiane, di un coordinamento partigiano già esistente. Si tratta di partire, raccogliere giovani in squadre non numerose e raggiungere altri che si trovano sopra Forlì (a Santa Sofia, Tredozio, Premilcuore) e sopra Imola (a Casola Valsenio, Fontanelice, Castel del Rio).

Gradatamente, però, si forma un’altra idea: è possibile anche la lotta partigiana in pianura. Contano, in questo, alcune considerazioni pratiche e la conoscenza della storia sociale dei ravennati. C’è la consapevolezza che ogni uomo che progetta di nascondersi per un tempo ancora indefinibile, certo non corto, ha bisogno di un’assistenza quasi giornaliera: vitto, indumenti, medicinali se è il caso. E questa la può dare solo una popolazione amica e che condivide la lotta. Nelle cascine della larga campagna ci sono antifascisti pronti a offrire sostegno; anzi, si sa che qualcuno ha già approntato nascondigli per i familiari, si tratta di mettersi in contatto, di costruire una solida rete clandestina. E poi i tedeschi e i fascisti sono in pianura e nelle città; è, quindi, lì che c’è bisogno di un’organizzazione militare e politica.

I primi martiri
Torna su

Il problema di essere esposti senza difesa è presente sin dai primi giorniPrimi martiri partigiani: non si può pensare di affrontare la lotta con doppiette e vecchie pistole. C’è appena qualcosa in giro: fucili 91 e bandoliere lasciati insieme alle divise dai soldati in fuga verso casa nei giorni dell’8 settembre.

Servono di certo.

Anche se risultano ingombranti da nascondere e poco adatti alle azioni, sono più indicati i buoni mitra e iniziano, quindi, gli assalti alle caserme dei carabinieri e dei tedeschi.

I partigiani possono ben contare sull’effetto sorpresa e hanno dalla loro il coraggio, ma sanno che se entrano in conflitto risultano in netto svantaggio e la loro strategia è di intimidire, chiedere la consegna delle armi, fuggire.

In questo primo periodo importante risulta l’azione di Savio, dove, pochi giovani vestiti da militari, riescono a entrare nella locale caserma dei carabinieri e farsi consegnare l’intera armeria, compreso un buon quantitativo di munizioni, e a trasportarla a casa di contadini antifascisti di San Pietro in Vincoli, che la nascondono.

Nonostante le precauzioni ci sono i primi martiri: Dino Sintoni e Celso Strocchi.

Sono del Partito Comunista e a Ravenna, dove i rapporti tra le famiglie antifasciste sono solidissimi e i sentimenti di libertà espressi nel movimento garibaldino e nelle leghe hanno creato affetti fraterni, la cattura di un compagno pone gli altri in serie difficoltà sentimentali.

Però i partigiani reagiscono, si danno regole di vita clandestina, organizzazione.

Inizio ‘44
Torna su

Settimio GaraviniLa strategia della lotta partigiana prevede che, insieme allo scontro armato, vi sia l’informazione politica. Si tratta di fornire volantini e giornali (scritti e stampati di nascosto, escono quando ci sono le condizioni) a persone di fiducia che poi li passano di mano in mano ad altri. La tipografia viene allestita in un rifugio antiaereo a Conselice e i fogli sono “Il garibaldino”, “Il combattente”, “La lotta”.

Il campo d’intervento è vastissimo. Oltre a un’informazione su come procedono le operazioni militari, viene attaccata tutta la retorica del Fascismo, denunciata la viltà della Corona, ma anche proposta la costruzione di una realtà nuova nel prossimo dopoguerra.

Su quest’ultimo punto viene fatta attenzione per evitare che all’interno del CLN vi siano scontri che dividono, quando la necessità è quella di unire.

Tra i partiti va riconosciuto che il PCI è il più attivo e sa parlare alla gente con il linguaggio giusto, ma è anche il più esposto: due uomini di valore, Mario Gordini e Settimio Garavini, vengono arrestati e ogni ipotesi di azione militare per liberarli risulta impraticabile, anche in accordo con i partigiani di Forlì, città dove sono incarcerati. Rivederli è impossibile e si sa che subiscono torture efferate.

All’interno del movimento partigiano importante risulta il ruolo degli studenti. Sono giovani che acquisiscono in fretta capacità di sintesi politica e nelle brigate riescono a parlare con chi mai ha aperto un libro, ha avanzato una critica. Sono ravennati, ma anche soldati in transito che non hanno potuto raggiungere il sud o il centro per le difficoltà di passare il fronte, oppure sono stati sorpresi dai bandi precetto e nascosti da patrioti.

Loro, più di altri, percepiscono che il mondo vecchio sta finendo in un tonfo e Mario Gordinilavorano per la costruzione di quello nuovo. Cercano linguaggi sociali originali sconosciuti in Italia e che provengono da paesi che non sono più la Germania e la Spagna, bensì la Francia e l’Inghilterra, l’URSS e gli USA.

S’informano con gli antifascisti storici, perché se la parola libertà dallo straniero è chiara e significa lotta politica armata, invece la capacità di pensare alla libertà di scelta nella guida di un nuovo Stato risulta necessaria, ma di difficile costruzione, per troppo tempo sono stati convinti che un uomo solo, il Duce delle genti italiche, deve fare questo.

Chi ha fatto studi classici conosce qualche cosa di alternativo alla forma dittatoriale (testi come il De Republicae di Cicerone, mai censurato del tutto) ma è sbagliato pensare che siano giovani incuriositi solo dal lavoro intellettuale, mentre ad altri spetta quello militare. Anzi, loro stessi rifiutano questa partizione perché il rischio è di tutti. E se nelle brigate garibaldine il comandante quasi sempre è un ex militare capace, o uno del posto con acquisito prestigio, e il commissario politico è un accreditato antifascista di militanza, lo studente è il combattente che poi a fine guerra diventa quadro di partito.

Il politico organico
Torna su

La RSI chiama tutti a riconoscersi nella vera Nazione fascista, finalmente realizzata perché gli italiani sono liberi dai condizionamenti della Corona. A tal fine il nuovo Mussolini riscopre il Programma di piazza San Sepolcro, e promuove la partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende private.

La reazione dei partiti del CLN è pronta e inizia l’opera di controinformazione, condotta da persone che si devono sempre più esporre in riunioni allargate.

L’argomento maggiormente usato nei confronti di chi è indeciso, ha dei dubbi o sente la costrizione, è che ogni sforzo lavorativo in più significa allungare i mesi di guerra e, quindi, il numero delle vittime; oltre al fatto che “Bisogna aprire gli occhi del tutto”; ovvero, per il Fascismo la scelta di coinvolgere i lavoratori è solo demagogica.

I partigiani lavorano bene e viene contattato Nullo Baldini (che rientrato in Italia aveva accettato la presidenza della Federazione delle Cooperative) per chiarimenti e per presentargli il nuovo ambiente ravennate, a lui sconosciuto nelle sue evoluzioni. Ma serve di più: l’azione politica tra la gente dev’essere della gente stessa, ovvero alle parole di principio e spesso manualistiche, va preferita la particolare attitudine alla sintesi che ha il pensiero popolare.

È l’uomo prestigioso che sta tra gli altri uomini che diventa, anche a sua insaputa, il Politico gramsciano, ovvero organico alla classe lavoratrice, e se è comunista al proletariato.

Per questo lavoro si pagano prezzi altissimi, come l’assassinio di Menotti Cortesi, per la strada, di sera: è un facchino attivista.

Tutti gli uomini in età che entro 3 giorni (dal 18 febbraio 1944) non si presentano ai carabinieri per entrare come militi nella RSI sono considerati dei disertori e, quindi, perseguiti e fucilati. È il nuovo precetto del generale Graziani e le famiglie rispondono con la paura per i propri cari. Chi ancora non si è deciso, o più semplicemente pensa di stare nascosto in casa, capisce che il pericolo è cresciuto e chiede aiuto per raggiungere zone lontane dalla città e dai paesi.

I partigiani intervengono con indicazioni, ma ritengono sia indispensabile affermare anche la loro forza: le azioni militari più significative di febbraio sono l’attacco di San Biagio, alla periferia nord di Ravenna, e la liberazione di Alfonsine dal presidio fascista.

Nella prima un gruppo di uomini, guidati dallo stesso Bulow, si avvicina al comando tedesco che ha sede a villa Ghigi. È armato di fucili e mitra leggeri. Attacca con pieno successo una pattuglia, facendo intendere che la presenza partigiana è ben determinata.

Ad Alfonsine le cose vanno diversamente.

Per far uscire i fascisti dalla Casa del Fascio (in piazza Vincenzo Monti) i partigiani progettano un attacco con una potente bomba e con gruppi appostati nei dintorni; ma l’esplosivo inumidito non scoppia, lo scontro è quindi solo con le armi leggere tra assediati e assedianti e si protrae per oltre due ore. Al mattino seguente i fascisti impauriti lasciano il paese, curioso è che diano la colpa a Corbari, secondo loro sceso apposta con il camion dalle montagne del forlivese per quell’azione.

Commemorazione di Ettore Muti
Torna su

Ettore MutiIl 19 febbraio i repubblichini vogliono dare una prova di forza: la salma di Ettore Muti (Segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista, ucciso a Fregene durante il suo arresto da parte dei carabinieri) arriva da Roma, viene esposta nella camera ardente della Federazione e poi portata in piazza San Francesco, dove parla Alessandro Pavolini. Tutte le federazioni emiliane romagnole mandano delegati per le esequie funebri. Da Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Roma arrivano fotografi e giornalisti e operatori del cinegiornale. Pavolini esalta la figura di Muti, eroico combattente della Prima ora e indomito militare e fervente fascista, accusa per la sua morte i traditori servi di Inghilterra, America, URSS (un falso, ancor oggi risulta essere stata una faida interna al Fascismo stesso) poi passa alla guerra e i riferimenti sono tutti rivolti all’importanza dell’alleato germanico, alla sua forza, al fatto che nei laboratori delle grandi industrie belliche, i suoi capacissimi tecnici stanno ultimando nuove e segrete armi risolutive. L’occasione è quella di un incontro di esaltazione del Fascismo repubblicano e della continuazione della guerra, senza tentennamenti. In chiusura c’è un attacco ai pavidi, agli imboscati che vanno smascherati immediatamente e puniti in modo esemplare. Bisogna ferrarizzare!

I ravennati però, e chi perché in contatto con il movimento partigiano e chi per propria scelta, assumono un comportamento palesemente ostile restando in casa. Si verifica così quello che non doveva accadere; ovvero, tranne pochi uomini che in borghese seguono il feretro e ascoltano l’orazione funebre, tutti gli altri sono in orbace. Una città veramente del silenzio nella giornata fredda e umida, solo scarponi militari e armi e parole gridate dall’oratore.

Posizione della chiesa
Torna su

I cattolici stanno attraversando un periodo confuso: da una parte ci sono quelli Posizione della Chiesache seguono l’ufficialità della chiesa e con lei, e come lei, hanno sostenuto apertamente il Fascismo (almeno a partire dal 1929, quando Mussolini stipula i Patti lateranensi); dall’altra c’è, invece, un pensiero nuovo, ed è quello di una chiesa che riprende la linea del martire ravennate don Minzoni, quando accusa i proprietari terrieri per le poverissime condizioni di vita che impongono ai braccianti di Argenta, Longastrino, Campotto, Molinella.

È in questi mesi che in giovani antifascisti legati alle parrocchie prende forma l’idea di costruire una Terza via, ovvero un’organizzazione nuova posta tra socialismo e liberalismo, ritenuti entrambi contrari alla religione perché basati il primo sulla lotta di classe e il secondo su di un esasperato individualismo.

Don Mazzotti di Porto Fuori tiene i contatti con i giovani che scappano nelle plaghe della Raspona, e così fanno don Melandri e don Liverani in altre realtà; la loro è un’assistenza spirituale e materiale, nel senso di aiuti alimentari e vestiti.

Alcuni preti ricevono anche il riconoscimento di patrioti.

A Faenza accanto al Vescovo Battaglia si distingue monsignor Salvatore Baldassarri (futuro arcivescovo di Ravenna) che, coperto da un nome clandestino, ha contatti organici col CLN e tiene i collegamenti con i partigiani cattolici. A Piangipane, nella canonica di Silvio Danesi, vengono organizzate addirittura delle riunioni dei dirigenti della Resistenza.

Insomma, forte è in loro la rivolta morale verso chi ha voluto una guerra disastrosa. Non a caso troveremo numerosi sacerdoti chiamati a far parte delle giunte popolari, impegnati ad avviare la difficile fase della ricostruzione.

La TODT
Torna su

La TODTAi primi cenni di fine inverno iniziano i lavori della Todt. I tedeschi hanno bisogno di fortificare le difese, di attrezzarsi per lo scontro che arriverà e cercano operai da caricare sui camion e portare in luoghi di lavoro strategici militarmente. Si tratta di manovalanza pagata e che permette agli uomini di non essere deportati in Germania, né di essere accusati come renitenti alla chiamata della RSI.

Gli Angloamericani intervengono presso il CLN e ne chiedono il boicottaggio, ma anche il movimento partigiano è contrario. Esporsi però risulta pericoloso. E poi vi sono famiglie senza alcun sostentamento che vengono lusingate da quest’inaspettata possibilità. Così inizia una collaborazione con le forze tedesche espressa da pochi uomini, i più per estremo bisogno ma ci sono pure casi di noncuranza e paura.

I partigiani sanno sfruttare la novità. Contattano i più responsabili tra gli operai Todt e li convincono a dare informazioni sulle fortificazioni della difesa tedesca, la collocazione e dimensione e resistenza.

Notizie preziosissime che trasmettano ai cartografi inglesi e americani.

Però la strategia militare alleata si delinea sempre più come spaventosamente elementare: prima ci sono i bombardamenti massicci e poi, quando paesi e città sono stati distrutti e abbandonati, segue l’avanzata dei carri armati e della fanteria. In questi giorni vengono scoperti e fucilati i partigiani Armando Marangoni, Livio Rossi, Romolo Cani. Altri lutti per il movimento.

Le staffette
Torna su

Le staffette sono ragazze del posto che portano documenti, notizie, tengono i Le staffettecollegamenti con i partigiani. Quasi sempre iniziano come vivandiere per fratelli, fidanzati, mariti e giovani anche mai conosciuti ma che hanno bisogno della loro assistenza. A volte assumono compiti militari e vivono nei distaccamenti. Corrono rischi altissimi, se scoperte c’è il carcere, la tortura, la fucilazione.

Il loro mezzo di spostamento è la bicicletta, con la quale passano tra i paesi e superano i posti di blocco, nascondono le carte nelle parti cave del telaio o sotto la sella, raramente nella propria persona. Quando c’è bisogno trasportano armi, nei casi di pericolo imminente vanno ai rifugi dei partigiani ad avvisare.

Danno un contributo enorme alla Resistenza. Lo fanno con buon senso e partecipazione responsabile. Ritenerlo sorprendente è un errore fatto troppe volte, e solo chi non conosce il ruolo della donna nella vita familiare e di comunità in tutta l’Emilia Romagna può compierlo; perché, di fatto anche se non di diritto, la donna condivide la responsabilità con il capofamiglia e sostiene le stesse lotte sociali (così come non sarà il suffragio universale che la farà protagonista, piuttosto è il suo protagonismo che pretende il suffragio universale).

Onestà d’analisi ci porta però a sottolineare che le staffette fanno parte di classi sociali definite: nelle campagne sono le ragazze braccianti e contadine, nelle città sono le studentesse e le operaie, modestissimo è il contributo della borghesia.

Informazione antifascista
Torna su

Informazione antifascistaIl PCI, dopo analisi attenta, dà la direttiva ai suoi membri di selezionare dei compagni per un servizio informazione antifascista, con ruoli all’interno del Fascismo cittadino sia militare che amministrativo. Precisa che è un lavoro difficilissimo. Non nasconde che per chi viene scoperto c’è la fucilazione senza processo, dopo un sicuro trattamento però.

Mino Papi è ritenuto idoneo a quest’incarico, lui accetta e si arruola nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, poi, cessata questa, passa alla Guardia Nazionale Fascista.

È il capofila di altri che lo seguono in tempi differenti e cogliendo le opportunità che si presentano. I loro nomi restano segretissimi fino al termine della guerra.

Si tratta di presentarsi ogni giorno al posto di lavoro, di svolgere il proprio impegno con precisione mostrando interesse per ricevere stima, considerazione e poter così accedere a informazioni riservate, ne segue una vita privata che non dà adito ad alcun sospetto (raramente i familiari sanno). I contatti con i partigiani sono sempre con una sola persona, a tempi fissi, in luoghi definiti e nel più assoluto riserbo.

Va detto che il contributo di questi uomini è di un’importanza incalcolabile, grazie a loro molte vite sono risparmiate. Avvisano i partigiani dei rastrellamenti e delle azioni in anticipo, interpretano documenti, inviano notizie al comando CLN, comunicano la forza dei presidi.

A Ravenna il più importante è alla caserma Garibaldi che, nella media, ha 300 uomini, mitraglie Beretta, bombe a mano e anche MG tedesche (la soprannominata Sega di Hitler per la frequenza di tiro: 1200 colpi al minuto).

Scioperi
Torna su

Già a partire dal ‘34 l’economia italiana è in grave crisi (un milione di Sciopericapifamiglia disoccupati su una popolazione intorno ai 30) e il lavoro è da considerarsi un privilegio al quale si può accedere solo con la tessera del PNF; per questo gran parte del sottoproletariato si rende disponibile alle imprese belliche e ai trasferimenti nelle colonie.

La campagna ha una struttura privata suddivisa in mezzadria, patti agrari di tipo patriarcale, regalie, corvee, terzeria. È appena meno che arcaica ma nessuno si pone il problema, anzi per gli uomini che la lavorano viene riservata una cultura elementare e imitativa, nessuna preparazione alle deduzioni logiche e al senso civico. Le industrie sono pochissime e con la struttura in opificio (si salva l’IRI) dove le rivendicazioni di massa sono ritenute non necessarie perché ci pensano le corporazioni di mestiere, rappresentate di diritto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Così, quando nel marzo del ‘44 c’è il grande sciopero contro le insopportabili condizioni di lavoro, le donne della Callegari e dello Jutificio di Ravenna vengono schedate come oppositrici antifasciste: politiche!

In verità dire che questi scioperi sono spontanei e basta è uno sbaglio. Anche il CLN interviene per favorirli e, pur restando celato, ordina che le agitazioni siano le più estese possibili, ma che nel contempo nessuna azione armata sia praticata, perché inopportuna. L’idea è che le rivendicazioni sindacali permettano di unire le persone per un fine comune, in una stessa classe sociale; e poi le agitazioni impediscono la produzione industriale che sempre serve a sostenere lo sforzo militare della RSI e tedesco.

Eccidio di Cervia
Torna su

Eccidio di CerviaA Cervia, tra il 20 e il 23 marzo, fascisti del posto ne ospitano altri arrivati dal forlivese e li alloggiano all’albergo Allegri, dove si tiene un incontro tra il conviviale e il politico. Durante il giorno intimidiscono la popolazione locale con canzoni e dichiarazioni di anticomunismo, ma alla sera due partigiani entrano in contatto con due camicie nere nella periferia del paese, c’è uno scambio di colpi e una di queste muore.

La reazione è immediata. Tale Gino Casalboni, fascista cervese, facendosi forte della presenza dei numerosi camerati di Forlì coglie l’occasione per sistemare le cose «definitivamente con i rossi» e si reca nella piazza centrale, al caffè Roma, apre la porta e spara dentro con il mitra fino a finire il caricatore. Colpisce a morte, ferisce, poi esce e abbassa la saracinesca.

Il rumore porta la gente in piazza, davanti al caffè.

Subito risulta chiaro ciò che è successo, ma nessuno può entrare a raccogliere le vittime e a soccorrere i feriti, dei quali si sentono le grida di aiuto, camicie nere armate e decise impediscono a tutti di avvicinarsi.

Iniziano giorni di vero terrore per l’intero paese: non si può uscire di casa e non si può partecipare ai funerali; nemmeno ai parenti delle vittime è permesso, che si vedono le case violate. Poi le cose peggiorano ulteriormente. Capita il pomeriggio del 23, al ponte canale, all’inizio del paese, dove un squadra di repubblichini presidia e vieta l’entrata a chi non è gradito. Ciononostante un folto gruppo di uomini si avvicina in bicicletta per seguire le bare, ma riceve una sventagliata di mitra da tale Pino Tabanelli, camicia nera di Bagnacavallo, che uccide 2 giovani patrioti; mentre altri 6 vengono arrestati e portati a Ravenna, in carcere.

Prima giornata GAP
Torna su

Il 25 marzo nella pineta di Ravenna vengono fucilati tre ragazzi dalla Brigata Prima giornata GAPNera che, mesi prima e per costrizione, avevano aderito alla RSI; il giorno seguente c’è la Prima Giornata GAP, (Gruppo d’Azione Patriottica) nella quale i partigiani attaccano postazioni repubblichine in tutta la provincia, recuperano armi, interrompono comunicazioni, inducono i fascisti al timore e a non uscire più dalle caserme. La vicinanza delle due date è occasionale (per i giovani accusati di diserzione c’è stato il processo militare e per i partigiani una meticolosa preparazione), però la gente vede la seconda conseguente alla prima e l’apprezza; oltre a essere sempre più indignata per la ferocia dei repubblichini e continuare a isolarli.

È il momento di un nuovo reclutamento. Altri giovani si fanno avanti. I Soldati del popolo aumentano di numero, ma si devono nascondere e la popolazione offre una solida rete di protezione. Inizia un periodo che durerà fino alla liberazione nel quale le famiglie, di campagna maggiormente, sono generosissime; senza di loro non è possibile resistere al freddo e alle intemperie, alimentarsi.

Non esistono zone del tutto franche, dove ci si può occultare con sufficiente tranquillità. E mentre i tedeschi non conoscendo il territorio e, pur volendosi liberare dei partigiani, non sanno dove andare tranne che operare improvvisi rastrellamenti, i repubblichini cercano con zelo i nascondigli e, sempre servizievoli e alla ricerca di considerazioni e apprezzamenti dagli ufficiali germanici, si prodigano in tali meschinità tanto ottenere l’effetto contrario al voluto: disprezzo e pochissima considerazione.

Rifugi
Torna su

RifugiPer i giovani renitenti che devono essere nascosti vengono approntati dei rifugi. Sono soprattutto braccianti e contadini che li realizzano. Buche per terra abbastanza lontane dalle case coloniche e attrezzate con materassi e coperte, ma anche scavate nelle stalle sotto le poste degli animali. In città e paesi ci sono invece doppi solai e soffitte. La fantasia ravennate è ricca, le maestranze capaci.

Chi è nascosto è protetto da gente fidata. Ma la previdenza non è mai troppa quando si agisce dentro al nemico. Le famiglie coloniche sono numerose (capofamiglia, figli, nuore, nipoti, parenti e spesso anche degli sfollati) e pur involontariamente può scappare una notizia, così sono solamente in pochi che costruiscono il rifugio e sanno trovarlo nella campagna tra i filari di viti, a volte negli argini dei canali e dei fiumi, badando bene a non far riconoscere la terra smossa.

I rifugiati vanno sostenuti contro il freddo, evitato che si ammalino, alimentati come chi è di famiglia e rincuorati nei casi di depressione per l’isolamento (in questo particolarmente brave risultano le Azdore). I rifugi vengono aperti di notte e gli uomini escono dai nascondigli, camminano, mangiano, si muovono e s’informano sempre sulla guerra, chi è partigiano va in azione. Ma di pericoli ce ne sono sempre e anche di nuovi, come Pippo, un aeroplano ricognitore alleato che, già dai primi mesi del ‘44, perlustra le campagne e lascia cadere bombe, bengala e mitraglia al minimo movimento al suolo.

Attacco al Palazzone
Torna su

È l’alba del 23 aprile e una corriera blu, di quelle da trasporto civili, seguita da Attacco al palazzonedue camion arriva per la strada d’argine del canale di Fusignano, si ferma al Crociaio, scende un ufficiale della Brigata Nera e chiede informazioni a uno del posto: «Qual è la strada per arrivare al Palazzone?».

È in una landa estesa e silenziosa e cerca una casa colonica alta con stalla e molti animali (la costruirono quando lì c’era solo risaia e vi dormivano le mondine nei mesi del riso, era tanto imponente che finì per dare il nome a tutta la zona). L’ufficiale, ricevute confuse informazioni, riparte e, mentre la corriera e il primo camion, con i tedeschi e un cannoncino da campo, vanno per un largo giro, il secondo s’infila per una carraia che porta alla vicina Zanchetta, una casa agricola con stalla che resta sotto il comune di Alfonsine, seppur al limite.

Il giorno prima Revel (il responsabile di zona del CLN) aveva mandato la segnalazione che l’indomani ci sarebbe stato un rastrellamento nella Zona de’ Palaz e i partigiani Antonio Montanari, Aurelio Tarroni, Alfredo Ballotta per maggior precauzione avevano prelevato dei russi (nove), già scappati dai tedeschi e nascosti alla Zanchetta, li avevano trasferiti in località Passetto, oltre la strada Reale, e sistemati in un rifugio. Poi, gli stessi, erano tornati indietro, avevano riposto le armi in un posto sicuro ed erano andati a dormire nella stalla della Zanchetta che consideravano fuori dalla zona pericolosa, dove si trovava un prigioniero slavo che non sapevano e altra gente sfollata.

Le brigate nere irrompono nella stalla. Ballotta scappa ma viene ucciso nella campagna, Tarroni è ferito a una spalla, tutti gli altri vengono tratti come prigionieri e legati nel cortile.

Tarroni viene sottoposto a tortura: gli bruciano i piedi e lo calano su e giù nel pozzo con una corda, vogliono informazioni sul movimento partigiano. Passa il tempo ma inutilmente perché Tarroni non parla, allora prendono tutti gli uomini e partono per il Palazzone, dove certamente la corriera e l’altro camion sono già arrivati.

Lì c’è un gruppo del distaccamento partigiano Sauro Babini, che ha saputo per tempo del rastrellamento ma non vi ha dato eccessivo peso: altre volte notizie così sono giunte e poi nulla è successo.

Arrivano e vedono che c’è già stato uno scontro a fuoco e un fascista è stato ferito a un occhio dai partigiani che, con ogni probabilità, sorpresi nel sonno hanno avuto solo una modesta reazione. Per terra, tra la casa e la campagna, ci sono i corpi di Giulio Argelli, Giuseppe Ballardini, Severino Faccani, Giovanni Ferri, Francesco Martelli, Bruno Fiorentini.

Nessuno è ferito, tedeschi e fascisti sono andati per uccidere.

Iniziano un comportamento intimidatorio nei confronti degli uomini della Zanchetta che si sono portati dietro; li appoggiano al muro della casa e inscenano la fucilazione: una! Due! tre volte!

Pongono domande personali e sui partigiani, ma poi non badano alle risposte.

A fine giornata caricano sui camion tutti gli uomini superstiti e ripartono per una prima sosta a Lugo, poi una seconda e definitiva a Ravenna dove, nei giorni seguenti, fucilano Ettore Zalambani, il capofamiglia del Palazzone, il povero Tarroni, già stremato per ferite e torture, lo slavo Reper Janez. Fortunatamente, invece, Montanari (conosciuto per E’ Gag) e gli altri fanno appena 15 giorni di carcere.

Il perché di quest’azione sta nel disegno dei tedeschi e fascisti di uccidere i partigiani, certo, ma c’è anche l’intenzione di togliere quel sostegno che viene loro dato da contadini e braccianti. Infatti l’intero Palazzone viene bruciato, gli animali della stalla venduti, la famiglia Zalambani messa in miseria. È amaro dirlo, ma non va sottaciuto che tutto questo è successo grazie anche a informatori ben documentati e prezzolati.

Primo maggio 1944
Torna su

1 maggio 1944La mattina del Primo Maggio la popolazione trova volantini e manifesti che denunciano le nefandezze del Fascismo e del Nazismo, invitano alla lotta di liberazione e al sostegno ai partigiani; in cima a non pochi edifici pubblici di città e paesi sventolano bandiere rosse: gli uomini del CLN le hanno messe di notte.

I lavoratori mai hanno dimenticato la loro festa, soppressa da Mussolini perché accusata di essere espressione dei partiti di sinistra, e sostituita con il 21 aprile: Fondazione di Roma e insieme Festa del lavoro.

Anche negli anni del Regime più acclamato, il Primo Maggio viene clandestinamente onorato perché ha un valore evocativo delle lotte d’inizio secolo, quando le prime masse operaie e bracciantili s’impegnarono con gli scioperi per i diritti sociali, il suffragio universale, la scuola obbligatoria per tutti, una vita dignitosa indipendentemente dalle professioni.

È una festa con una componente sindacale e una politica. La prima basata su una parola d’ordine internazionale che vuole la giornata divisa in tre parti uguali, una di lavoro, una di riposo, una di sonno: Otto, otto, otto!

La seconda che considera il conflitto tra le classi sociali: sono sempre i lavoratori la prima fonte di ricchezza, loro trasformano i prodotti della natura in beni usabili e a loro, quindi, spetta il comando del paese, non ad altri, non alla borghesia capitalistica.

Però, nei giorni seguenti, nel borgo San Rocco di Ravenna, viene ucciso alle spalle il giovane Romolo Ricci, è preso di mira da un repubblichino della Brigata Nera mentre sta attaccando un manifesto antifascista. E a Massa Lombarda, vengono uccisi gli antifascisti Chiarini e Dalle Vacche.

Il “Gruppo Zella”
Torna su

Giovani antifascisti, già nel settembre del ‘43, dalla provincia di Ravenna Il gruppo Zellapartono per Napoli, dove incontrano il generale Pavone e si offrono per la lotta partigiana. Selezionati per azioni di spionaggio dell’OSS (Organizzazione Servizio Strategico) e preparati nelle scuole militari di Pozzuoli da ufficiali italoamericani e americani, partono da Ostuni con un sommergibile e si dirigono verso l’Italia ancora occupata. Il viaggio è lungo e pericoloso, dura sei giorni perché si muovono solo con il buio, con la luce stanno appoggiati al fondo.

Iniziano a trasmettere nel gennaio ‘44 da Lugo di Romagna, ma è a Pieve di Cesato e a Rivalta che il Gruppo Zella (un ufficiale trasmettitore e un partigiano che comanda) lavora con metodo e puntualità nascosto dalla gente; É in contatto con il comando alleato prima ad Algeri e poi a Napoli.

I messaggi riguardano tutte le informazioni utili all’avanzata: la situazione militare della Resistenza, gli appoggi che la popolazione può dare agli ufficiali inglesi e americani paracadutati oltre la Linea Gotica, le forze tedesche e le loro linee di difesa. Particolarmente significativi sono i rifornimenti di armi ai partigiani, con aviolanci e sbarchi da sottomarini e motovedette (oggi una di queste è posta a Marina di Ravenna, all’inizio della diga foranea).

L’ufficiale radiotelegrafista, nell’estate, viene casualmente sorpreso mentre trasmette e arrestato dai tedeschi, vengono anche individuati i codici segreti d’identificazione. Portato in caserma subisce torture per sei giorni prima di essere fucilato, deve dire molte cose ma resiste il tempo utile affinché il suo comandante partigiano Roberti, raggiunta Bologna, comunichi che il Gruppo Zella è stato preso e che da quel momento ogni comunicazione radio può avvenire.

Altre repressioni
Torna su

RepressioniIl movimento partigiano resta profondamente colpito perché, improvvisamente e senza che alcuna notizia sia trapelata, tedeschi e fascisti fanno una retata nelle località Piangipane, Santerno, Mezzano (è il 22 giugno) dove vengono sorpresi Caruso Balella, Francesco Casadio, Nello Buzzi, Francesco Drei, Enrico Donati, Aristide Santini, Pietro Bartoletti e uccisi immediatamente; mentre Colombo Lolli, Francesco Mezzoli, Emilio Ravaioli, Francesco Tarroni, Giovanni Tasselli, Nello Agusani, Domenico Babini vengono trasportati a Forlì e fucilati qualche giorno dopo. Ma non solo, a Ravenna, appena in periferia, località Bosco Baronio, la Brigata Nera preleva dalle proprie case Pietro Gaudenzi, Guido Lolli e Leonardo Zirardini che viene subito ucciso, mentre Gaudenzi è ferito gravemente ma si salva, e Lolli scappa nella notte attraverso i campi.

Il CLN resta sorpreso: nessuna segnalazione era arrivata e la domanda che si pone è se ci sono degli informatori tra la gente.

La cosa preoccupa molto. Ma c’è pure un’altra ipotesi, ed è quella di una recrudescenza del Fascismo nei confronti di chi è stato schedato come oppositore del Regime negli anni passati. Insomma, senza alcuna prova, possono essere colpite delle persone solamente per un atteggiamento di critica manifestato prima della guerra. Questa seconda idea preannuncia un inasprimento della repressione e del terrore.

È certamente utile una ridefinizione della lotta partigiana, una nuova organizzazione territoriale, il CUMER (Comando Unico Militare Emilia Romagna) pare una prima risposta

Leggi razziali
Torna su

Leggi razzialiL’applicazione brutale delle Leggi razziali, emanate per ordine del Duce e firmate da Vittorio Emanuele III, sono un calvario per gli ebrei che non si ferma nemmeno dopo il 25 luglio, quando il Re firma i decreti di scioglimento delle organizzazioni fasciste, ma rifiuta di abrogare le leggi per la difesa della razza.

Anche a Ravenna sono applicate norme che, in alcuni casi, risultano più severe di quelle adottate in Germania dai nazisti. La scomparsa di parti importanti degli archivi pubblici (prefetture, comuni) e la distruzione dei libri di matricola carcerari rende impossibile una precisa ricostruzione dell’olocausto, che coinvolge sia le famiglie di ebrei ravennati (il nucleo più importante è raccolto a Lugo) sia israeliti fuggiti dalla Dalmazia e dai paesi dell’Est già occupati dai tedeschi.

Però i censimenti, disposti con frequenza ossessiva per individuare tutti i non ariani, portano nella provincia alla segnalazione di 350 nuclei costituiti da 700 membri in tutto, almeno altri 100 ebrei, dotati di falsi documenti e certificati di battesimo, eludono la caccia; mentre per buona parte di quelli fuggiti dall’Est viene perso ogni segno di presenza.

Dal ravennate un centinaio di giudei (per essere chiari il termine fa volutamente riferimento a Giuda Iscariota più che al Giudaismo, religione degli ebrei distinta dall’Ebraismo) vengono avviati ai campi di sterminio senza fare più ritorno.

Sono documentate vergognose delazioni che portano a decine di confische di beni, epurazioni dalla scuola e dagli uffici pubblici e dalle forze armate.

Ebrei vessati, quindi, ma ci sono anche vicende di straordinario coraggio per aiutarli. Resta esemplare l’attività di Vittorio Zanzi, il cui nome è onorato anche nella Foresta dei giusti in Israele, che, approfittando del ruolo di Commissario Prefettizio del Comune di Cotignola, crea una rete di protezione fornendo assistenza e documenti falsi e ne salva più di 40. Il sismologo Bendandi, a Faenza, li ricovera in una clinica facendoli passare per ammalati. Mentre a Massa Lombarda e a Bagnacavallo la famiglia Dalla Valle riesce a ospitarne in casa fino a 28 contemporaneamente. Poi ne vengono salvati nei collegi, negli istituti religiosi (e anche per questo combattono e muoiono i 37 ebrei della Brigata Ebraica, sepolti nel cimitero di guerra di Piangipane).

28° Brigata GAP
Torna su

28° Brigata GAPInizia un dibattito nelle formazioni, lo propongono i leader, l’idea è quella di una sola grande organizzazione partigiana provinciale, nella quale vi sia un coordinamento centrale e una struttura militare e politica decentrata.

C’è qualche resistenza.

C’è chi ha paura che una soverchia militarizzazione offuschi lo spirito partigiano, ma il confronto porta a far prevalere la nuova proposta organizzativa; e poi lo scontro finale si avvicina, bisogna garantire la popolazione e contenere il più possibile le perdite.

Nasce la 28° Brigata GAP, alla quale va affiancato il nome Mario Gordini, uno dei primi compagni comunisti caduti.

Interessa tutta la provincia di Ravenna e il territorio viene diviso in zone omogenee tra di loro (i confini sono canali, fiumi, strade statali, le valli acquitrinose a nord della città, i dirupi nelle colline) e ognuna ha un distaccamento dal nome evocativo di un partigiano caduto: Settimio Garavini, Sauro Babini, Aurelio Tarroni, Umberto Ricci, Celso Strocchi e più tardi nasce anche il Terzo Lori.

La comanda Falco, il commissario politico è Gianô, i vice comandanti sono Wladimiro e Leo, il vice commissario politico è Revel.

Anche ai comandanti di distaccamento vengono sempre affiancati, dopo consultazione per trovare persone di equilibrio e prestigio, i commissari politici. Nel caso del Terzo Lori poi, le condizioni territoriali permettono che pure la scelta del comandante avvenga con regolari elezioni.

L’intera Divisione Ravenna è comandata da Arrigo Boldrini.

Intanto, sulla vecchia Romea, verso Sant’Alberto, viene assassinato il partigiano Walter Suzzi; è una perdita gravissima che crea sconforto.

Dal gruppo Corbari al battaglione Corbari
Torna su

Silvio CorbariSilvio Corbari è partigiano dal settembre ‘43 e, dai primi di maggio del ‘44, al suo fianco c’è Adriano Casadei, un uomo di valore; insieme comandano un gruppo che arriva fino a 120 antifascisti armati.

Agisce a Faenza e nelle colline del faentino, ma anche nella Bassa con puntate nel bolognese e nel forlivese.

Occupa e libera dai fascisti i paesi, attacca caserme e militi della Brigata Nera in perlustrazione, uccide alti funzionari del Fascio e graduati, assalta carceri e giornali del Regime. Azioni che diventano immediatamente leggendarie perché coraggiose, spavalde, cruente e non raramente canzonatorie (non sono tutte sue e del suo gruppo, anche se tedeschi e fantasia popolare con frettoloso semplicismo gliele attribuiscono) tanto da far accorrere sempre nuovi partigiani tra le sue fila: spesso sono convinti antifascisti, altre volte sono giovani guidati da uno spontaneo entusiasmo.

Di fronte a significative vittorie vi sono anche serie sconfitte. A Tredozio, nel gennaio del ‘44, l’occupazione dei partigiani dura ben 12 giorni. Troppi. Infatti, tedeschi e fascisti reagiscono in modo ben organizzato: all’alba del 20 gennaio giungono con molte forze a Ca’ Morelli dove un consistente gruppo è acquartierato, attaccano e, dopo una resistenza accanita, li inducono alla resa; la sorpresa è che mancano Corbari e la sua compagna Iris Versari.

Nel conflitto a fuoco 2 partigiani restano uccisi, mentre gli altri, ai quali vanno aggiunti giovani renitenti alla leva presi in un immediato rastrellamento, vengono condotti a Verona e in parte fucilati (tra questi Celli, antifascista faentino) e in parte tradotti in Germania.

Corbari si dà colpa di questo, ma non riesce a cambiare i metodi di lotta, dove più della tattica c’è la spontaneità, l’indipendenza e l’apoliticità. È molto forte, dispone di armi che altri partigiani non hanno e che provengono da due aviolanci: mitragliatori, mitragliatrici, bombe a mano, munizioni, esplosivo, abiti e medicinali per ferite da fuoco.

Il culmine della sua notorietà arriva quando il generale Alexander parla di lui a Radio Londra. Lo fa a seguito della Battaglia di Monte Lavane, quando in un attacco condotto da tedeschi dell’Alpenjager a un distaccamento di circa 50 uomini comandati da Casadei, ne muoiono un numero alto ma imprecisato, mentre solo un partigiano viene ferito.

È agosto del ‘44 e la delazione perseguita Corbari che viene individuato a Ca’ Cornio (tra Modigliana e Tredozio), in una casa dove riposa insieme a Iris e con Casadei e Arturo Spazzoli.

Tedeschi e fascisti, guidati da un ex partigiano già espulso dallo stesso Corbari perché indegno, attaccano all’alba con mitra e mortai. Subito viene ucciso un alto ufficiale tedesco da Iris, che ferita in precedenza non è in grado di camminare e si toglie la vita. Spazzoli viene colpito al ventre e alle gambe. Corbari e Casadei riescono a uscire dalla casa e correndo in un dirupo si rifugiano in una bassa vegetazione, ma sono catturati.

Trasportati tutti a Castrocaro vengono impiccati.

Nel pomeriggio dello stesso giorno vengono poi portati a Forlì e mostrati in piazza Saffi, appesi ai pali della luce.

Sui paesi, nei giorni seguenti, aeroplani tedeschi lanciano volantini inneggianti alla fine di Corbari e della Banda Corbari (come la chiamano loro).

C’è sgomento, prostrazione, tanto che i partigiani superstiti si ricompongono sotto il comando di Romeo Corbari, fratello di Silvio e uomo dal carattere misurato, e danno vita al Battaglione Corbari che collabora con gli Alleati e partecipa alla liberazione di Forlì.

Brigata nera “Ettore Muti”
Torna su

Brigata Nera Ettore MutiGli Angloamericani sbarcano in Normandia.

A Berlino, durante una conferenza stampa, la vita di Hitler viene attentata. A Ravenna chiude La Santa Milizia.

Cose diverse nell’entità e nelle conseguenze, ma significative nel mostrare le difficoltà del Fascismo e del Nazismo; eppure, in quest’atmosfera di preoccupazione e abbandono per molti, il fascismo ravennate crea la Brigata Nera Ettore Muti.

Si tratta di un miscuglio di uomini fanatici e di giovani poco più che ragazzini suggestionati. I vecchi, le camicie nere del Fascismo, non hanno alcuna disciplina e agiscono con spirito vendicativo e intimidatorio, approfittano per arricchirsi.

In questi giorni i fascisti uccidono i partigiani Apollinare Zoli, Guglielmo Guerrini e il Professor Gustavo De Laurentis, mentre si trovano a Bagnacavallo e sono disarmati. Anche i tedeschi si muovono: il Feldmaresciallo Kesselring ordina che, per i sabotaggi e le attività partigiane, devono essere considerati responsabili gli abitanti delle località che si trovano nelle immediate vicinanze da dove è successo il fatto.

Gli attacchi fascisti diventano sempre più uno stillicidio; e in alcuni partiti del CLN si fa strada la convinzione che è molto meglio aspettare gli inglesi e gli americani: è l’attendismo.

Il Partito Repubblicano (ma anche la comunità ravennate) è colpito da un grave lutto, ha un momento d’incertezza e di controversa leadership perché viene arrestato e ucciso un suo esponente storico: Arnaldo Guerrini.

E intanto gli Angloamericani quasi si fermano, non hanno interesse ad avanzare perché devono tenere truppe tedesche impegnate in Italia, mentre viene aperto il fronte nord e la Francia lentamente viene liberata.

La trebbiatura
Torna su

La trebbiaturaI tedeschi aspettano la trebbiatura del grano per poterlo requisire e mandare in Germania, dove la situazione alimentare è disastrosa, ma l’intendimento dei ravennati è di tenersi tutte le risorse agricole.

Nemmeno un chicco ai nazisti anche se ce ne fosse in abbondanza!

É l’ordine dei partigiani; e nasce un’unità tra braccianti, contadini, piccoli proprietari che genera un movimento compatto.

E’ la prima volta che accade perché il Fascismo, nella sua riforma agraria, ha saldato il debito con gli agrari che lo hanno voluto e finanziato, dando origine a un bracciantato esteso e un’altrettanta estesa terzeria che danno appena un salario di sussistenza. Ne risultano enormi disparità di trattamento e conflitti, che però restano sempre tra chi sta direttamente sulla terra a lavorarla e mai coinvolgono il grande proprietario e il latifondista.

A grano maturo i fascisti e i tedeschi vanno nelle corti delle case coloniche, intimidiscono e promettono ricompense, vogliono che inizi la trebbiatura. Ma un’azione desta scalpore: all’azienda Eridania, dopo i soliti ammonimenti a mettere in moto le macchine, e dopo le giustificazioni del fattore che denuncia il pericolo che capiti qualche cosa perché i partigiani non vogliono, viene lasciato un presidio fascista davanti alla trebbiatrice. Il CLN dispone che un GAP attacchi di notte. I militi non resistono, vengono disarmati e la trebbiatrice incendiata. La cosa viene divulgata e funziona da monito per tutti.

I Martiri del ponte degli allocchi
Torna su

LinaLeonida Bedeschi, della Brigata Nera Ettore Muti, è soprannominato Cativeria perché è un uomo noto per omicidi e bastonature (e nemmeno è alieno all’arricchimento indebito); per questo motivo il gappista Napoleone ed una staffetta gli tendono un agguato al Ponte degli Allocchi, appena fuori dalle mura di cinta, in luogo Port’Aurea. L’azione è condotta in pieno giorno.

La staffetta ha il compito di segnalare quando arriva e se non ci sono pericoli, Napoleone deve sparare.

Cativeria è in moto e giunge sul posto in anticipo, di sorpresa.

Napoleone, senza palesare troppo, non rimanda l’opportunità e con un solo colpo lo uccide in piena fronte.

Poi, in bicicletta, si dirige verso il borgo San Biagio, ma viene fermato da una camionetta di tedeschi e arrestato. Più tardi viene catturata anche la staffetta.

Entrambi vengono tradotti alle carceri circondariali: è il 18 agosto.

Segue subito un rastrellamento delle brigate nere e dei tedeschi nelle vie del centro. Vengono fermati uomini di ogni età, caricati su camion e pure loro tradotti alle carceri. A queste azioni indiscriminate, fanno seguito irruzioni nelle case di conosciuti antifascisti che, arrestati, seguono la sorte di tutti gli altri. La modesta prigione si riempie di detenuti comuni e politici, questi ultimi sottoposti a interrogatori, e nel contempo viene istituito un tribunale militare che comprende anche autorità civili: il Questore e il Podestà.

Risulta immediatamente che, oltre ai due che hanno condotto l’azione, nessun colpevole c’è, e men che meno lo sono i semplici cittadini.

Cativeria, va ricordato, è inviso agli stessi comandanti militari e politici, come risulta dalle testimonianze dei richiami orali e scritti che gli sono stati comminati, dalle accuse di continua insubordinazione. Ciò nonostante i comandi militari, ancor prima che la sentenza venga emessa, decidono di dare alla città una lezione sul modello tenuto dai nazifascisti in Jugoslavia, per un fascista colpito a morte anche trenta civili uccisi.

A difendere i carcerati intervengono alcuni prelati e qualche personalità  di cultura, ottengono appena la riduzione dei condannati.

Vengono scelte le seguente persone: Augusto Graziani, Domenico Di Janni, Michele Pascoli, Raniero Ranieri, Aristodemo Sangiorgi, Valsano Sirilli, Edmondo Toschi, Giordano Valicelli, Pietro Zotti, Mario Montanari.

I brigatisti neri fanno a gara per partecipare all’esecuzione che deve avvenire la mattina del 25 agosto, all’alba.

A comandare il plotone sarà uno dei più potenti e crudeli fascisti, tale Morigi.

Il luogo è appena fuori dalle mura, non lontano dallo stesso Ponte degli Allocchi.

I condannati sono increduli.

Non sono colpevoli.

Gli pare impossibile.

Si distingue il barbiere comunista Michele Pascoli, che accetta politicamente la sua sorte (l’aveva detto: «Quando il Fascismo sarà spazzato via, molti di noi non ci saranno più!»). L’azionista Mario Montanari, professore al liceo scientifico e membro del CLN, tenta una fuga a piedi ma viene raggiunto e ucciso in un fosso tra i campi.

A fucilazione avvenuta, Napoleone e Lina vengono portati davanti a pali della luce divelti, incastrati in cavalli di Frisia e da dove penzolano due corde-cappio. Napoleone non si regge dalle torture subite e subito viene impiccato, dopo tocca a Lina che si batte con energia ed è lo stesso Morigi che le infila il cappio e la tira per i piedi.

La città è attonita, ma non ha tempo di pensare a questi lutti, la notte stessa le si abbatte sopra il più violento bombardamento alleato che mai abbia subito.

Processo partigiano
Torna su

Processo partigianoLa circolare del CVL (Corpo Volontari della Libertà) sulla costituzione e il funzionamento dei tribunali militari partigiani, sottolinea la presunzione d’innocenza fino a sentenza. Insiste sulle parti che il processo deve sempre avere: accusa, difesa, giudice imparziale. Dice anche che le sentenze, in tempo di guerra, sono inappellabili e vanno immediatamente eseguite.

Applicare queste regole diventa difficile nella clandestinità, ma dove si può i tribunali vengono istituiti. È il caso del distaccamento Terzo Lori, ben protetto dalle acque intorno all’isola degli Spinaroni dove ha quartiere e dove, ai primi di settembre, viene emessa sentenza su due brigatisti neri fatti prigionieri.

L’accusa, dopo aver elencato i reati dei quali i due si sono resi responsabili, ne chiede la condanna a morte, mentre la difesa cerca di giustificare le azioni commesse in considerazione del periodo bellico. La sentenza considera che le violenze contro la popolazione inerme non sono mai giustificabili, ed è di condanna alla fucilazione che viene eseguita immediatamente.

L’impegno nella costruzione di queste azioni di legalità diventa, indirettamente ma in modo significativo, un’educazione per quei partigiani con pochi mezzi culturali, o che addirittura sanno appena scrivere, o che non hanno nemmeno una minima idea di che cosa sono le garanzie democratiche.

Intanto tedeschi e fascisti continuano a seminare vittime: viene uccisa un’intera famiglia a Lugo, gli Orsini, mentre sulla strada muoiono Giuseppe Fiammenghi e Ivo Calderoni.

36° Brigata “Bianconcini”
Torna su

36° Brigata BianconciniPartigiani della 36° Brigata Bianconcini s’incamminano per il sentiero della collina di Cà Malanca (è il 10 ottobre del ‘44).

Riparati solo a tratti da alberi e frasche vanno verso il piano, le informazioni dicono che gli Angloamericani sono prossimi a liberare Faenza e intendono unirsi a loro nell’entrare in città. Sanno battersi ma sono stanchi e provati da mesi di clandestinità, non hanno riserve alimentari, sentono il freddo della notte ottobrina con gli abiti estivi che indossano, e i continui e durissimi scontri con i tedeschi sono sempre più sproporzionati per carenza di armi di grosso calibro.

Per la maggior parte sono giovani antifascisti di Casola Valsenio, Brisighella, Fontanelice, Imola e borghi intorno, conoscono bene i luoghi e vivono della solidarietà delle famiglie contadine, la loro storia di lotta è iniziata nella primavera dello stesso anno. Ma ci sono anche partigiani della Bassa che hanno preso la via della montagna già con l’8 settembre, e sono reduci dello sfaldamento dell’8° Brigata Garibaldi quando, invece di disperdersi pericolosamente, danno origine al Battaglione Ravenna. Hanno subito perdite dolorose e significative, anche i due leader Bruno Neri e Vittorio Bellenghi, colpiti in un agguato.

I partigiani passano per il sentiero di Cà Malanca e vengono avvistati dai tedeschi, che li attaccano da facile posizione e fanno i primi morti. Il gruppo non sbanda, risponde al fuoco dalle pendici del monte Colombo, nascondendosi tra gli alberi e restandovi per tutta la notte, qui i feriti ricevono le prime e insufficienti cure, mentre i tedeschi riportano perdite e si ritirano.

Il giorno successivo, già di primo mattino, il vicino paese di Purocielo viene occupato da autoblindo nemiche e inizia una nuova e intensa battaglia con alterne vicende, ma con un peso preponderante nel numero dei soldati tedeschi.

C’è pure un bombardamento alleato, all’apparenza inspiegabile.

Gli inglesi sparano con cannoni da posizioni più in basso e colpiscono proprio i costoni del Colombo: uccidono, feriscono, disorientano e si fermano solamente quando i partigiani trovano il modo di issare una bandiera italiana.

Nel pomeriggio inizia da parte tedesca una vera caccia all’uomo che continua fino al giorno seguente con scontri ravvicinati. Durante la notte la 305° divisione, composta da tedeschi specialisti in antiguerriglia guidati da persone del posto che conoscono bene le montagne, attacca le case che danno ristoro e ricovero momentaneo, bruciandole e uccidendo chiunque è sospetto partigiano o patriota.

Il comandante Bob, dopo una non facile analisi militare con i responsabili delle compagnie, ordina il ripiegamento a nord, unica via libera per raggiungere gli Alleati.

La Bianconcini abbandona i morti che restano tra gli alberi, nei canaloni, in prossimità del paese, giovani colpiti in azione o da granate, e si dirige verso il Crinale del Calamello.

È quel che si definisce un calvario.

Gli scontri con le pattuglie tedesche sono numerosi, la pioggia è battente e mancano i viveri. In più, nel trasferimento per sentieri impervi e mulattiere, indeboliti dalle fatiche i feriti peggiorano e vengono ricoverati in un luogo ritenuto franco: la parrocchia della frazione Cavina. Ma i tedeschi li scoprono (delatori prezzolati ve li conducono) e li catturano, a nulla valgono le mediazioni di don Giuseppe Bosi e subiscono sevizie; infine le brigate nere li portano a Bologna dove proseguono gli interrogatori e poi li fucilano.

La battaglia di Cà Malanca e Purocielo termina il 12 ottobre ed è tra le più cruenti dell’Emilia Romagna, coinvolgendo un numero altissimo di partigiani e tedeschi.

Nel marzo del ‘45, dopo un breve addestramento, una parte della Bianconcini entra nella 28° Garibaldi e continua nella liberazione dell’Italia.

 

Piano di mobilitazione generale
Torna su

Arrigo Boldrini - BulowIl CUMER e il CVL danno disposizione affinché venga predisposto un piano di mobilitazione generale: gli Angloamericani finalmente avanzano.Bulow e i comandanti dei distaccamenti studiano teoricamente le azioni da compiere, e cercano di ridurre al minimo i rischi per le popolazioni.

All’inizio devono muoversi i GAP per colpire i punti più significativi dei tedeschi. Vanno poi occupati i centri importanti, da difendere senza ostinarsi troppo nel mantenere le posizioni; su quest’ultima cosa Bulow insiste molto, la guerra partigiana è per sua natura elastica, ovvero è una guerra di attacchi e ritirate a seconda del momento, della qualità del nemico.

Va fatta anche una programmazione di iniziative in comune con gli Angloamericani, servono pontiradio ben funzionanti e preventivi incontri tra i rispettivi comandi.

Da un calcolo fedele della forza della Brigata Nera, risultano esservi in provincia poco meno di 800 unità.

Uomini ben armati, pericolosi perché fanatici e impauriti; ma ci sono anche giovani appena ragazzi, arruolati a suo tempo con la forza, sottoposti ai comandi di ufficiali che mostrano preferire le azioni di rappresaglia e di violenza (nel contempo però, loro e solo loro, si procurano documenti falsi per la fuga).

Intanto i lutti aumentano: Noco, comandante del distaccamento Garavini, che opera nelle zone Ville Unite e Cervia, mentre tiene i contatti tra i partigiani incappa in una pattuglia di retroguardia tedesca che lo uccide a mitraglia.

 

Difesa tedesca
Torna su

Difesa tedescaNel mese di novembre viene preparata la difesa della città, che viene isolata per tre parti e resta aperta solo Porta Adriana. Ravenna è quasi deserta. Chi ha potuto è andato in campagna, le poche fabbriche sono ferme e i forni sono chiusi o al minimo per mancanza di farina.

I tedeschi e i fascisti sfruttano gli alti argini dei fiumi che si alzano nella pianura intorno: a sud quelli del Montone e del Ronco e, quando i due diventano uno solo, quello dei Fiumi Uniti (che rompono nella congiunzione col canale d’irrigazione di Porto Fuori e allagano le plaghe della Raspona); mentre a nord c’è il Lamone, anche in una piena pericolosa, e dalla parte del mare hanno costruito bunker e anticarro in cemento armato per impedire lo sbarco.

Quando gli Alleati arrivano a Cervia il 22 ottobre e a Forlì il 9 novembre, lo schieramento tedesco prende posizione con le divisioni 114° Alpenjager e 278° Whermacht, armate di cannoni, carri armati, contraerea, buon equipaggiamento individuale; mentre i fascisti della Brigata Nera Ettore Muti si uniscono a un reparto di SS.

Anche il CLN e Bulow però agiscono: il Team Elvira (soldati italiani preparati dagli americani come trasmettitori e collegati via ponte radio con l’8° Armata) organizza uno sbarco nella spiaggia di Porto Corsini di armamento pesante. Poi il Terzo Lori attacca una caserma e preleva un cannone da 47/32, mitragliatrici calibro 8, abbondanti munizioni.

Ma intanto una nuova tragedia colpisce la città: a Porto Fuori gli Alleati bombardano il campanile della chiesa ritenuto un osservatorio tedesco, uccidendo 9 civili.

HIER WOHNTE EINE FAMILIE VON PARTISANER UND UNTERSTÜTZER
Torna su

HIER WOHNTE EINE FAMILIE VON PARTISANER UND UNTERSTÜTZER A Massa Lombarda ci sono i Baffé, una famiglia contadina numerosa e conosciutissima. Giuseppe si è sempre espresso contro la dittatura ma non solo criticandola, bensì opponendovi un tipo di Stato diverso: quello comunista.

Coerente con le sue idee non le ha sconfessate nemmeno con le condanne a lunghi anni di carcere. Tutta la famiglia è così: il fratello Alfonso quando vi è bisogno dà ospitalità ai gappisti; il fratello Pio ha scelto di partecipare direttamente alla lotta armata, fa parte del distaccamento Umberto Ricci e con lui ci sono i suoi figli Davide, Federico, Maria, Vincenza e anche i figli di Alfonso, Angelo, Domenico, Osvalda.

L’odio dei fascisti nei confronti dei Baffé è antico, diventa livore quando si accorgono che sempre più sono punti di riferimento per gli antifascisti della zona: danno indicazioni per raggiungere i distaccamenti e forniscono credenziali.

Decidono, pertanto, di dargli una punizione.

Con ricatti e ricompense ottengono le informazioni volute e insieme ai tedeschi, che hanno armi anche pesanti e cani, circondano una vasta zona alla periferia di Massa Lombarda (è la sera del 16/10/’44).

Iniziano il rastrellamento e incappano in un GAP nascosto in un basso comodo.

C’è un conflitto a fuoco prolungato e i partigiani riescono con ostinazione a dileguarsi nelle campagne; uno però è colpito a morte, Giulio Scardovi, insieme a un ufficiale tedesco. Irrompono a casa Baffé e malmenano, poi arrestano e portano tutti alla Casa del Fascio dove subito praticano la tortura perché vogliono informazioni, arrivando a eccessi di brutalità da stupire gli stessi tedeschi.

Nessuno parla e la cosa procede per delle ore fino a che tutti vengono caricati su camion e riportati a casa.

I primi vengono uccisi nel cortile, gli altri sono fatti entrare con i cadaveri dei parenti e, versata della benzina, è appiccato il fuoco. Alla fine resta un cumulo di macerie nere, sul quale viene posto un cartello scritto in italiano, Qui abitava una famiglia di partigiani e assassini e in tedesco: Hier wohnte eine familie von Partisaner und Unterstützer

Subito a questa azione ne viene aggiunta un’altra della quale non se ne conosce la ragione. I fascisti, sempre insieme ai tedeschi, vanno per i campi fino a fermare i fratelli Angelo e Adamo Foletti, e il loro garzone Giuseppe Cavallazzi. Non ci sono accuse (né si è saputo mai fossero in contatto con il movimento partigiano) ugualmente però li conducono davanti alla loro casa dove, insieme agli altri due fratelli Antonio e Giuseppe, orrendamente li uccidono.

In questa giornata perdono la vita oltre ai dieci Baffé e i loro garzoni Severino Gallo e Giuseppe Cassani, Augusto Maregatti che per puro caso si trovava dai Baffé, i due braccianti Leo Landi e suo figlio Antonio, gli sfollati Germano Aldini e il figlio Giulio. E se a questi vanno uniti i morti di casa Foletti, e il primo partigiano GAP, nel complesso fanno 23 vittime tra partigiani e civili.

Massa Lombarda è scossa da questa sequenza così ravvicinata di lutti.

Si chiede la ragione della spiata, il tessuto sociale è antifascista: chi può aver avuto tanta crudeltà? Contemporaneamente inizia un lento pellegrinaggio davanti a casa Baffé.

Qualcuno chiede di dare sepoltura ai poveri morti, e ciò viene concesso solo dopo ore.

L’ 8° Armata
Torna su

L’ 8° Armata Sette partigiani (più due piloti alleati precipitati nelle valli) su una barca da pesca a remi aggirano per mare le linee di difesa tedesche e arrivano a Cervia, da lì vanno a Viserba, dove Bulow partecipa ad alcune conferenze militari dell’8° Armata, che è composta da inglesi, polacchi, canadesi, australiani, ma anche neozelandesi, indiani, egiziani, brasiliani; ogni gruppo etnico è inquadrato autonomamente ed ha usi e costumi diversi, anche nelle divise vi sono richiami evidenti ai paesi d’origine.

Bulow si accorge subito che vicino a una certa immediata simpatia con qualche ufficiale (più di tutti Wladimiro Peniakof-Popski e il capitano Frank Rendall) c’è diffidenza.

Ciononostante, davanti a una cartina topografica, studia la liberazione di Ravenna con lo Stato Maggiore, seriamente preoccupato per le condizioni del terreno vallivo e che impone le azioni più rischiose ai partigiani.

Non è sorpreso.

Già il CLNAI si è fortemente lamentato: ai partigiani i rischi per non avere poi alcuna facoltà di scelta, a fine battaglia gli Alleati comandano sempre l’immediata consegna delle armi e lo scioglimento delle brigate.

Gli viene anche detto che dopo la liberazione lo stesso comandante dell’8° Armata, generale Richard L. Mc. Creery, tratterà Ravenna come le altre città liberate: coprifuoco, vita politica limitata, manifestazioni proibite; lui stesso valuterà le candidature a Sindaco proposte dal CLN e dei componenti la Giunta, le autorizzerà o no senza interferenza alcuna; definirà gli stipendi degli operai (60 lire al giorno) e altro. Ci sarà, però, un prestito alleato e uno della Banca d’Italia al Comune, per i primi interventi.

I partigiani ritornano dall’incontro con sentimenti di fiducia ma anche di preoccupazione: non si considerano semplici uomini da Prima Linea. Portano con loro un consigliere militare, l’ufficiale canadese Healy.

Sant’Apollinare in Classe
Torna su

Sant’Apollinare in Classe Alcuni partigiani del distaccamento Garavini, che operavano nella pineta a sud di Ravenna, vengono a sapere che gli inglesi intendono bombardare il campanile della basilica di Sant’Apollinare in Classe, punto di osservazione tedesco.

Preoccupati ottengono un incontro col Comando dell’Ottava Armata e, lì, difendono Ravenna, città d’arte musiva unica al mondo che già ha subito pesanti bombardamenti, come testimonia la basilica di San Giovanni Evangelista che è stata sventrata.

Insistono e non senza difficoltà riescono a far dilazionare di qualche ora l’attacco, vengono aiutati in questo dal maggiore Wladimiro Popski, uomo di coraggio e di cultura cosmopolita, che mette a disposizione la sua P.P.A. (soldati decisi come lui, adatti ad azioni di penetrazione nelle linee nemiche e di sabotaggio).

All’alba del 19 novembre, quindi, una pattuglia di 35 uomini (10 partigiani e 25 inglesi) partono da Casa Benini, località Savio, e avanzano lunga la linea ferroviaria Cervia-Ravenna.

L’azione è appoggiata dal fuoco delle armi leggere sistemate su jeep e autoblinde guidate da Popski, che ingaggia con i tedeschi sistemati nel pressi della basilica un duello a distanza.

In prossimità di Classe lo scambio si ferma e i soldati inglesi passano tra le case, mentre i partigiani vanno nella basilica dove trovano solamente civili impauriti: i tedeschi, spaventati dall’azione veloce e a conoscenza della forza partigiana, si sono ritirati verso il sacco dei Fiumi Uniti.

La popolazione è libera, incredula e incolume, mentre 15 soldati dell’Alpenjager vengono fatti prigionieri e un solo partigiano resta ferito. Il vicino zuccherificio Eridania non riceve danni. La basilica viene salvata al mondo e, nota curiosa, è che i partigiani armati che in azione vi entrano, la conoscono solo dall’esterno e restano incantati tanto che periodicamente prendono a frequentarla, anche solo laicamente.

* Testimonianza raccolta nell’atto notarile (n° 781, mod. II, vol. 173, foglio 181, del 18/8/’51) eseguito dal Dottor Renzo Gnani, inscritto nel Ruolo del distretto di Ravenna.

La strage di Madonna dell’albero
Torna su

La strage di Madonna dell’alberoA sud di Ravenna, subito dopo i Fiumi Uniti e il Ronco, in una zona agricola bassa di sott’argine, attraversata da un’unica strada, via Nuova, nel mese di novembre viene creata una terra di nessuno; un luogo dove i tedeschi non stazionano più in forze perché temono l’arrivo dell’avanguardia dell’esercito angloamericano.

Anche i partigiani del distaccamento Garavini presumono questo e intensificano la liberazione del territorio. Prima fanno prigionieri una decina di tedeschi che chiedono alimenti alla popolazione locale, e che non oppongono resistenza; poi, subito il giorno dopo, ne fermano addirittura 19, anche loro si lasciano disarmare senza opporre alcuna resistenza. Sono tutti alpini dell’Alpenjager, uomini duri e crudeli in tante occasioni.

Vi sono però attriti tra la popolazione e le forze tedesche, che continuano ad arrivare con le squadre sussistenza e a depredare le famiglie dagli animali da macello, dal pollame, ma anche di beni personali.

Il primo episodio serio riguarda un soldato austriaco portaordini, che passa per via Cella in bicicletta e viene fermato da alcuni uomini (non partigiani) condotto in una casa e dopo poco ucciso. Il corpo viene occultato e gettato con abiti civili nel fiume, ma il Comando di Ravenna non vedendolo arrivare manda una squadra che interroga, intimidisce pur non effettuando alcuna seria ritorsione sulle persone.

Poi muore il giovane Domenico Marzaloni, salta su di una mina. La popolazione resta sgomenta e il parroco, don Mario Turci, va sulla strada dov’è capitata la tragedia e si premura di segnalare con dei pezzettini di legno la posizione di alcune mine. Visto dai tedeschi viene immediatamente fermato, bastonato sul posto, condotto a Ravenna da dove non ritornerà  più.

Il giorno 20 novembre cambia il Comando tedesco da cui dipende tutta la zona e il 27, all’ora del desinare, quattro soldati attraversano i Fiumi Uniti in zattera, prendono via Nuova, sono armati di mitra e chi li vede non li riconosce, è la prima volta che passano di lì (si suppone ancora oggi fossero SS), camminano lentamente.

Si fermano alla casa dei Rivalta e il proprietario, che è solo, gli va incontro sulla porta, subito gli sparano. Poi passano a casa Ricci, dove ben dieci persone si trovano all’interno dell’abitazione e stanno mangiando, le conducono fuori e nel cortile le uccidono tutte. Proseguono la strada e arrivano alle abitazioni di Chiari e Montanari, che vengono freddati all’interno e dilaniati con bombe a mano.

Attraverso i campi giungono in prossimità del Borghetto (due lunghe case popolari e un capanno di canne palustri per il ricovero attrezzi) e si dividono in due gruppi. Uno si ferma a casa Mazzotti e conduce le nove persone presenti nel cortile, l’altro preleva i componenti delle famiglie Corbari, Gualtieri, Suprani.

Tutti vengono chiusi nel capanno del Borghetto e poi uccisi a mitraglia. Si salva appena Mario Mazzotti perché caduto in una botte interrata non viene raggiunto dai colpi, e poi coperto dai morti e dai feriti non viene visto dai tedeschi che finiscono a colpi ravvicinati i moribondi.

I soldati tornano in città con lo stesso passo lento per la via Nuova, il giorno seguente ripassano per nascondere malamente i cadaveri in buche comuni e di fortuna.

La gente delle case intorno non si avvicina, teme, è chiaro che qualche cosa di tragico sia capitato.

Sono tra i primi quelli del Garavini a scoprire i 56 cadaveri: uomini, donne e molti bambini.

Lo fanno mentre liberano la città, che si trova proprio nel suo primo giorno nuovo di fronte alla sua più grande tragedia.

4 dicembre
Torna su

4 dicembreBulow, al comandante canadese Charles Foulkes, energicamente chiede d’interrompere le incursioni aeree perché Ravenna ne ha sopportate oltre 40, la popolazione ha subito lutti e non pochi monumenti bizantini sono stati colpiti. La risposta è che si può anche ipotizzare una strategia diversa, ma nemmeno un uomo alleato deve perdere la vita. Trovano l’accordo e la notte del primo dicembre, a nord di Ravenna, località valli di Comacchio, i partigiani ricevono aviolanci con armi ed equipaggiamento.

Uno scontro avviene a sud tra una pattuglia del Settimio Garavini, comandata da Picchio, e tedeschi dell’Alpenjager sul fiume Ronco. È un’azione cruenta che continua dalla sera del 3 dicembre fino alla mattina dopo, quando i tedeschi improvvisamente non rispondono più al fuoco.

Qui, di fronte a quest’improvvisa calma, il partigiano Florio attraversa il fiume a nuoto e inizia un’attenta perlustrazione: nessuno!

Altri lo seguono e passano il fiume in zattera.

Lentamente i partigiani si avvicinano alla città, entrano per via Mazzini badando bene a non essere colpiti da franchi tiratori. Proseguono e la gente esce di casa, li saluta, dà indicazioni.

Trovano piazza Vittorio Emanuele II deserta, sorprendentemente non c’è alcuna resistenza, non lo sanno ancora ma i fascisti sono scappati verso Verona e il lago di Garda, mentre i tedeschi stanno già sul fiume Lamone.

Gli Alleati arrivano di primo pomeriggio con il I Corpo D’armata Canadese. Entrano circospetti da borgo Porta Nuova, ma la città è già stata liberata.

Gli vanno incontro i partigiani, il Segretario del CLN di Ravenna e Benigno Zaccagnini, Presidente del CLN provinciale.

Non sparano un sol colpo e nemmeno ne ricevono contro.

 

La Colonna Wladimiro
Torna su

La Colonna WladimiroLa Colonna Wladimiro (dal nome di battaglia del suo comandante) deve ostacolare i tedeschi che si ritirano per la via Reale verso Ferrara. È composta dal distaccamento Tarroni e dai GAP e dalle SAP (Squadre di Azione Partigiana) che operano nella zona di Alfonsine; deve anche condurre i distaccamenti Babini e Strocchi verso l’isola degli Spinaroni, al Terzo Lori.

Ha una forza non inferiore alle 400 unità, divisa in compagnie, con armi leggere ma non per tutti.

In attesa dell’azione il comando del CLN le assegna il casso di Madonna Boschi perché relativamente sicuro (un’area vasta, tra il fiume Reno e le valli di Comacchio). Gli uomini vengono distribuiti nelle boarie e vi sono subito alcuni scontri con i tedeschi, non voluti ma inevitabili. Il primo quando una pattuglia (è il 2 dicembre) entra in contatto casualmente con una postazione di contraerea nemica e vi è un’intensa sparatoria dove Primo Guerra viene colpito a morte.

Il giorno seguente, numerosi tedeschi entrano nella boaria detta Pileria del riso, dove incontrano oltre 50 partigiani che prima sparano e poi si dileguano.

È il preludio all’azione militare importante.

Infatti, il tempo di organizzarsi e le forze corazzate del 70° Panzer Korps, dalla strada di Longastrino si muovono verso il Ponte di Madonna Boschi. Procedono con camion di truppe e cannoni da 88, ma due compagnie partigiane li sorprendono e iniziano a sparare da posizione favorevole, a ridosso dell’osteria Bernabé.

La battaglia è lunga e, indirettamente, coinvolge anche le famiglie che stanno sulla via per Anita, le quali si spostano all’interno del casso e cercano protezione dai partigiani. I tedeschi colti sulla strada con pochi ripari subiscono molte perdite.

Con l’arrivo del primo buio Wladimiro decide, dopo un contatto con Bulow, che è il momento di sganciarsi. Si forma una lunga colonna di uomini armati, ma anche di anziani, donne, bambini che percorre l’argine sinistro del fiume Reno, arriva al traghetto di Sant’Alberto, non attraversa ma prosegue e s’infila in una striscia all’interno della valle di Comacchio, conosciuta come Cà di Bosco Forte.

Segue una notte di preoccupazione e freddo e silenzio. Tutti sono ben consapevoli che, se individuati, possono essere colpiti dalle armi pesanti e non vengono accesi i fuochi.

Intanto i partigiani vengono informati della già avvenuta liberazione di Ravenna.

Al mattino seguente i tedeschi non ci sono, dopo lo scontro si sono ritirati paventando ingenti forze partigiane.

È un sollievo.

Le famiglie, dopo la mala notte (lì, con l’alta marea, l’acqua sale fino ai ginocchi), vengono sistemate presso case della zona. La solidarietà è fortissima e quando i partigiani entrano a Sant’Alberto la popolazione li accoglie con entusiasmo.

Ancora una volta i santalbertesi, per storia antifascista e conoscenza del terreno vallivo e quindi dei rifugi, risultano fondamentali alla buona riuscita della lotta di liberazione (questo paese sin dai primi momenti dà uomini e alimenta quanti stanno in clandestinità, dà  anche staffette coraggiose ed efficienti).

Wladimiro deve costatare però che gli Alleati non si mostrano; gli inglesi, che secondo i piani stabiliti con Bulow avrebbero dovuto avanzare fino a Ponte Bastia, si sono invece fermati. Preoccupato, pone i suoi su posizioni difensive sulle strade in direzione Longastrino, Mandriole, Savarna.

Non sbaglia.

Infatti, i tedeschi, consapevoli che i partigiani sono rimasti soli, ritornano a Sant’Alberto con i carri armati Tigre e parte lo scontro che va sotto il nome di Battaglia delle Valli.

La battaglia delle Valli
Torna su

Il distaccamento Terzo Lori si muove all’alba e con relativa facilità  libera Porto Corsini, Casal Borsetti, Mandriole, arrivando in breve a controllare l’intera zona Candiano dal mare alla città; mentre a Sant’Alberto c’è la Colonna Wladimiro. I tedeschi resistono con poca convinzione, sono stupiti, preparati per un attacco da sud, direzione Ravenna, non fronteggiano adeguatamente l’accerchiamento ai fianchi e ripiegano verso le località interne di Longastrino, Alfonsine, addirittura oltre le valli di Comacchio.

Liberata l’intera zona i distaccamenti partigiani aspettano l’avanzata degli inglesi con i carri armati. I comandi comunicano la situazione favorevole a Bulow, che prende contatti e invita gli Alleati a completare il piano prestabilito.

Passano le ore ma nulla succede e, inevitabilmente, nel primo pomeriggio si realizza quello che tutti ipotizzano e temono: i tedeschi contrattaccano con il 70 Panzer Korps, la 42° Jager, la 16° Panzer Division.

Avanzano per la strada di Savarna; hanno camion di truppe, i soliti micidiali cannoni da 88, carri armati Tigre.

I partigiani sono soli.

Un ufficiale alleato, il già leggendario Popski, è presente con appena qualche effettivo della sua Popski Private Army.

È subito evidente la sproporzione dello scontro.

I comandi partigiani insistono via radio e precisano ancor meglio la nuova situazione, chiedono un aiuto immediato che può essere condotto da aerei caccia già di stanza negli aeroporti fuori Ravenna, offrono una facile occasione di vittoria dall’alto. Ma gli inglesi rinunciano. Adducono come motivazione che nella zona c’è troppa nebbia ed è quindi pericoloso muovere l’aviazione. Resta (ed è doveroso dirlo) a tutt’oggi il sospetto che quell’abbandono sia una scelta politica, non militare.

I partigiani, per mancanza di detonatori, non riescono a far saltare il Ponte Cilla, strategico per l’avanzata dei carri armati; e quando i tedeschi arrivano a Sant’Alberto, ripiegano verso Mandriole attestandosi sul canale Destra Reno, dove inizia uno scontro prolungato.

A poco vale però il coraggio, quando si hanno armi leggere solo adatte a tiri ravvicinati.

Qui Bulow viene colpito e trasportato a Ravenna per le cure, vi resta solamente fino  notte perché la ferita è lieve, dovuta a uno spostamento d’aria di una granata.

Intanto la battaglia continua e i partigiani ripiegano ancora fino al Ponte del Taglio, sul canale Fossatone, dove creano una nuova linea di difesa e di attacco adatte alla guerriglia, in più i tedeschi rinunciano ad aggirarli da Porto Corsini perché sanno ben occupata dal Terzo Lori.

La battaglia dura fino a sera inoltrata con confuse e alterne vicende, in ogni caso le posizioni restano ferme e immutate. Nella notte vi sono residui scontri e alle luci del mattino seguente dei tedeschi nemmeno uno; hanno ripiegato su posizione interne. Tra i partigiani si contano 6 caduti e 13 feriti; per i tedeschi il numero è di certo superiore e 13 si sono arresi (è il 6 dicembre ‘44).

All’arrivo dei soldati canadesi con i blindati tutto è finito.

Vengono informati che la zona fino al fiume Senio, e anche oltre fino al Reno, è libera e che la loro avanzata può ben contare sulle stesse forze partigiane presenti, ma vi rinunciano.

Non valgono né assicurazioni né insistenze e lasciano, così, tutti gli abitanti di quel vasto territorio a una lenta ma capillare rioccupazione delle forze tedesche.

Il primo governo di Ravenna
Torna su

Il primo governo di RavennaPer il Governo di Ravenna il CLN sceglie i rappresentanti più idonei.

Uomini di equilibrio e conosciuti per il loro antifascismo, galantuomini in grado di reggere il tempo di passaggio alle prime elezioni amministrative. Ma li deve proporre al generale Koch perché la città è militarmente occupata e il potere è controllato dall’AMGOT (Allied Military Government Occuped Territori).

Koch non si oppone al Sindaco Campagnoni del PRI, né al Provveditore agli studi, interviene però per le cariche che considera le più importanti, designando a ricoprire i ruoli di Prefetto e Questore due italiani al suo seguito.

A Bulow appena un riconoscimento verbale dell’importanza strategica del suo piano.

Ci sono attriti.

È evidente che c’è l’intento da parte degli Alleati di usare i partigiani e poi escluderli da ogni scelta. Come a Cervia, dove hanno esautorato l’intera Giunta comunale e arrestato un vero eroe della Resistenza: il Comandante Isola.

Il momento si presenta difficile. Nonostante ciò il CLN vuole continuare nella liberazione dell’Italia. La scelta è patriottica e politica, perché se sono gli italiani a liberarsi, quando poi le forze vincitrici si siederanno finalmente al tavolo della pace dovranno riconoscerlo. Bulow offre, pertanto, la sua organizzazione e i suoi uomini, in cambio vuole una riconosciuta inconfondibile identità.

Gli Alleati sono d’accordo (più i canadesi che gli inglesi), ma sanno che nessun di quei partigiani accetterà  di essere comandato se non da propri ufficiali. Pertanto la brigata che si costituisce è tutta di giovani della provincia di Ravenna, dal non graduato al più alto in grado.

Le giunte popolari
Torna su

Giunte popolariNei paesi liberati vengono subito nominate le giunte popolari. Sono composte da partigiani (a volte ancora in attività nella 28°) e da civili designati dal CLN.

Il loro primo impegno è quello di ripristinare la vivibilità perché mancano gli alimenti, la legna e il carbone. Ma viene anche fatta una stima delle opere murarie indispensabili e distrutte; ponti, scuole, ospedali, abitazioni che vengono ripristinate con un lavoro che è sempre volontario.

La disponibilità  di chi è riuscito a preservare i beni durante l’occupazione nei confronti di chi non l’ha fatto, o non l’ha potuto fare (i lattonzoli, il pollame da chioccia e altro), non sempre c’è e allora intervengono i nuovi uomini politici che usano parole come interesse collettivo, rilasciano ricevute a nome del Sindaco, convincono.

Nelle riunioni di Giunta vi sono braccianti, operai, commercianti, intellettuali, preti, donne e giovani.

E’ la prima volta nella storia che persone digiune di Amministrazione Pubblica discutono e, soprattutto, decidono.

Limitarsi, però, a dire che le loro delibere sono solo di distribuzione equa dei beni É un errore, infatti c’è un impegno concreto a favore di un nuovo modo d’intendere la vita civile e il lavoro.

Gli amministratori, e il CLN provinciale, non mancano di mettere in pratica ciò che per anni è stato patrimonio delle aspirazioni politiche degli antifascisti: la democrazia tra gli uomini tutti e la libertà  per ogni cittadino di scegliersi la sua vita nella collettività È un sentimento che appartiene in particolare ai giovani che, senza distinzioni di classe, capiscono di essere loro e solo loro i creatori di se stessi; e nemmeno viene inteso come straordinario il voto alle donne del ‘46.

28° Brigata Garibaldi “Mario Gordini”
Torna su

28° Brigata Garibaldi “Mario Gordini”In piazza Marsala, a palazzo Cavalli, viene creato il centro di reclutamento della nuova brigata (è il 15 dicembre).

Molti sono gli uomini che intendono unirsi ai partigiani, ma non tutti vengono presi: selezionati per idoneità morale e fisica ricevono divise, un buon armamento individuale adatto alla guerriglia e affrontano un breve periodo di addestramento.

Alla formazione viene dato il nome di 28° Brigata Garibaldi “Mario Gordini” e il comando viene affidato a Bulow, il commissario politico è Zalet, mentre Regan e Wladimiro sono i vice comandanti. Rino è capo di Stato Maggiore.

I comandanti e i commissari politici sono eletti dai partigiani stessi. La forza si avvicina alle 600 unità, ma ai comandi alleati continuano a non piacere questi Soldati del popolo, nutrono diffidenza e non vogliono che contagino i loro militari.

Quando Umberto di Savoia, in visita ufficiale a Ravenna quale Luogotenente del Regno, colpito dall’efficiente organizzazione della brigata, chiede ai partigiani che gradi avevano nel Regio Esercito e scopre che, perlopiù, erano soldati semplici resta stupito, il fenomeno Resistenza gli è ancora incomprensibile.

Democrazia” organo del CLN Il CLN provinciale, consapevole dell’importanza delle informazioni sull’andamento della guerra e su quali sono le nuove idee per il nuovo Stato, si fa editore di un suo periodico e gli dà il nome emblematico di Democrazia; il successo è immediato, tutte le copie vengono vendute.

Vi sono articoli di politici usciti dalla clandestinità, conosciuti uomini di cultura, comandanti militari che affrontano sì la lotta partigiana, ma già sostengono nuove regole di vita: in primis la sovranità popolare, dove tutto dev’essere deciso attraverso il voto che spetta a ogni persona arrivata alla maggiore età.

Pur nelle diverse componenti politiche presenti nel CLN, non ci sono né tentennamenti né indecisioni nel dire che la cooperazione deve ritornare a essere quella che precedeva il Fascismo, e che il movimento cooperativo è importantissimo per la distribuzione dei redditi tra le famiglie.

In Democrazia non manca un forte sentimento patriottico, ovvero la sottolineatura della continuità, nell’impegno sociale, con quegli altri ravennati che sono stati le Camicie rosse di Garibaldi nelle campagne per l’Unità d’Italia.

C’è, infine, la parola classe sociale; fatta sparire per più di vent’anni.

La convinzione è che se una dignità  nazionale è stata riconquistata, dopo la dittatura fascista, questo lo si deve essenzialmente alla classe proletaria e agli intellettuali: sono stati gli uomini che avevano un progetto teorico, che hanno dato la prima strada politica all’impegno militare dei giovani partigiani.

Medaglia d’oro
Torna su

Medaglia d’oroSono passati appena due mesi dalla liberazione di Ravenna e Bulow lascia il fronte del Senio per tornare in città: in piazza Garibaldi c’è una pubblica manifestazione (è il 4 febbraio).Si schiera con i partigiani, ben messi nelle divise e nelle armi lucide, che vengono passati in rivista dagli alti ufficiali dello Stato Maggiore dell’8° Armata.

Il generale Richard L. Mc. Creery gli si ferma davanti e gli appunta una medaglia d’oro sul petto.

Il riconoscimento è per tutto il movimento partigiano. Nei pochi discorsi celebrativi viene sottolineato che la 28° Garibaldi continua nella liberazione dell’Italia a fianco della Cremona.

I ravennati capiscono, con piena compiutezza, di aver fatto cose importanti e che devono continuare a farle: al momento tengono ben 10 chilometri di fronte tra il fiume Reno e il comacchiese.

Pur nella giornata di festa e nelle poche parole dette, c’è un pensiero presente per i caduti in combattimento e per le repressioni. Il ricordo che va a uomini e famiglie conosciute è nitido; Ravenna in questo ha ancora la fisionomia del piccolo borgo dove tutti vi appartengono.

La spallata del Senio
Torna su

La spallata del Senio L’offensiva dell’8° Armata non prosegue fino al Ponte della Bastia, sul Reno, come da piano Bulow, ma si stabilizza lungo il corso del Senio.

Ravenna è libera, però, nella parte nord della sua provincia, l’occupazione continua e i tedeschi sfruttano gli alti argini di questo piccolo fiume e con manodopera coatta costruiscono bunker e fortificano.

Dei fascisti della X Mas sono rimasti solo alcuni reparti, la gran parte è fuggita nelle province repubblichine dell’alta Italia.

Così le popolazioni di Alfonsine, Lugo, Solarolo, Castel Bolognese, Riolo Terme, Casola Valsenio improvvisamente si trovano costrette a convivere con i soldati tedeschi e a subire la spogliazione dei beni, la cacciata dalle loro case, vandalismi e, soprattutto essendo sul fronte, i bombardamenti continui delle artiglierie e degli aerei alleati con morti e feriti (si pensi che ad Alfonsine, in quattro mesi di guerra, vengono lanciate in media 600 granate al giorno che causano ben 331 morti).

In questa nuova realtà il comando partigiano, in stretta collaborazione con i vari CLN comunali, quasi ovunque, impegna le sue forze per raccogliere e organizzare lo slancio di solidarietà che la maggioranza dei cittadini sente il bisogno di esprimere. Si costituiscono perciò dei Comitati di Assistenza.

I componenti riescono a ottenere dei bracciali di riconoscimento dai tedeschi, con questi si muovono senza eccessivi controlli e procurano pane, carne, latte, medicinali; trasportano i feriti negli ospedali e raccolgono gli aiuti che arrivano dai comuni e dalle frazioni della Bassa Romagna, ancora lontani dal fronte.

Gli stessi bracciali, subito moltiplicati da bravissimi artigiani locali in grado d’imitarne i timbri, vengono usati anche per spostarsi a fini politici e tenere i contatti con i comandi partigiani (e pure per qualche azione militare, come far fuggire gli sfollati che i tedeschi incolonnano verso Ferrara).

Di notte, periodicamente, delegati del CLN partono dall’idrovora di Anita su di una barca manovrata da un esperto pescatore, attraversano la valle e arrivano al traghetto del Reno a Sant’Alberto, non lo passano perché lì vi trovano ufficiali della 28° Garibaldi convenuti all’appuntamento.

Danno tutte le informazioni sullo schieramento tedesco affinché vi siano le condizioni, logistiche e militari, atte a favorire il rapido passaggio del Senio e a interrompere il bombardamento alleato.

Per questi paesi sul fronte, oltre ai problemi della clandestinità  per i giovani ve ne sono altri che colpiscono l’intera popolazione, come vincere il freddo, alimentarsi. E le famiglie prendono a vivere in gruppi numerosi in grandi stanze, a spartirsi ciò che hanno, a procurarsi sostentamento reciproco.

Opportuna diventa la vittoria della Battaglia del Grano (vedi scheda n° 33: La trebbiatura). I sacchi escono dai nascondigli e vengono portati nei mulini ancora funzionanti, come quello di Longastrino, e la farina che se ne trae è il primo e spesso solo sostegno per la popolazione. Sono le donne che in questo hanno maggiori incombenze e responsabilità. Loro si spostano tra le truppe tedesche e nascondono gli alimenti, cosa naturalmente meno pericolosa delle armi ma ugualmente seria, se si considera che i tedeschi stessi non hanno di che sfamarsi e razziano in ogni casa.

Finalmente il 10 aprile arriva la liberazione e finisce il martirio del comuni del Senio. Da questo momento l’avanzata alleata non si ferma più.

I gruppi di combattimento Cremona e Friuli
Torna su

I gruppi di combattimento Cremona e Friuli Impegnati sul fronte del Senio ci sono i gruppi di combattimento Friuli e Cremona. Composti da soldati del risorto esercito italiano nascono, soprattutto, dalla riorganizzazione di reparti sorpresi l’8 settembre in Sardegna e in Corsica. Ma ci sono anche molti volontari (in prevalenza partigiani toscani e umbri e marchigiani) che agiscono con propri comandi inquadrati nelle armate alleate.

Si muovono con camion e jeep. Hanno un buon armamento ed equipaggiamento fornito dagli Alleati, che sempre precedono nelle azioni di attacco. Il Friuli sta sulla sinistra dell’avanzata: sfonda le linee tedesche in collina, scende a Imola e con il Battaglione Corbari e la 36° Bianconcini e gli inglesi la libera, proseguendo verso Bologna. Il Cremona sta sulla destra: comandato dal generale Clemente Primieri entra a Fusignano, Lugo, Alfonsine, poi fiancheggia la 28° Garibaldi e con lei incalza tedeschi e fascisti fino a Ferrara, Rovigo, Padova, Venezia.

Due gruppi composti da buoni combattenti che uniscono alla lotta armata la voglia di cambiamento. Emblematico, a riguardo, risulta l’atteggiamento di sfiducia e di scherno del Cremona nei confronti di Umberto di Savoia che, con il suo seguito, ha la pretesa di passare in rivista i suoi soldati, che invece lo fischiano; e mentre la banda fa partire la musica della Marcia reale intonano la canzone antimonarchica “Già  trema la casa Savoia”.

Molti dei 242 soldati del Friuli caduti sul fronte italiano sono onorati nel cimitero di Zattaglia, mentre ai 208 caduti del Cremona è stato dedicato il cimitero di Camerlona (nel comune di Ravenna e dove ha chiesto di essere tumulato anche il generale Primieri).

L’autunno inverno 1944/45 : Il contributo della “Brigata ebraica”
Torna su

La Brigata EbraicaSul finire del 1944 il rallentamento delle operazioni militari alleate rinvigorì i tedeschi ed i fascisti. Frequenti furono i rastrellamenti di uomini da mandare al lavoro nelle industrie mentre, con numerosi bandi precetto. Il Ministro della difesa della Repubblica di Salò, Rodolfo Graziani, minacciava la pena di morte per i disertori ed i ribelli armati. Le azioni anti partigiane presero di mira ripetutamente le valli piemontesi, l’Oltrepò pavese, la Liguria e l’Emilia Romagna: tra le numerose vittime cadevano anche molti partigiani ebrei, tra cui il più giovane partigiano d’Italia, Franco Cesana, morto a soli 13 anni, il 14 settembre 1944, sull’Appennino modenese quando operava come staffetta presso la formazione Scarabello della divisione Garibaldi.

In quei giorni entrava in azione un nuovo gruppo impegnato nella Resistenza: la Brigata Ebraica.

Nell’inverno del 1944, il governo inglese, dopo moltissime esitazioni, autorizzava la formazione di una brigata di 5000 ebrei volontari da inviare in Europa per combattere contro i nazi-fascisti. La brigata combatté con coraggio sotto la propria bandiera (bianca ed azzurra con la stella di David azzurra al centro); quella stessa bandiera che, il 14 maggio 1948, diventerà la bandiera dello Stato di Israele. La Brigata Ebraica era composta di soli volontari: circa il 20% provenienti dalla Palestina, il rimanente dal resto del mondo (soprattutto dalle grandi comunità ebraiche polacche e russe). Dal punto di vista militare la brigata era composta da un battaglione di fanteria corazzata. Dopo la costituzione ed un breve periodo di addestramento in Egitto, l’unità fu fatta sbarcare nell’Italia del sud e risalì la penisola lungo il versante adriatico.

La Brigata Ebraica contribuì a liberare gran parte dell’Emilia Romagna dai nazi-fascisti; in modo particolare fu impegnata in furiosi e sanguinosi combattimenti in terra di Romagna, lungo la zona d’operazione corrispondente allo sfondamento della Linea Gotica nella valle del Senio, nei pressi di Imola. In quella battaglia, la Brigata Ebraica portò a termine uno dei pochi assalti frontali, a baionetta sguainata, di tutto il fronte italiano. Molti storici sostengono che quella battaglia fu la più sanguinosa di tutta la campagna d’Italia; la Brigata Ebraica, composta da soli volontari, con formazione prevalentemente non militare, registrò numerose perdite. A commemorare tutti coloro che diedero la propria vita per liberare questa parte della nostra Patria, è stata posta una lapide presso il cimitero militare di Piangipane. In Piazza Garibaldi a Ravenna una lapide di marmo (posta il 15 maggio 1995 nel 50° anniversario della Resistenza e Liberazione) ricorda gli ebrei assassinati dai nazi-fascisti residenti, rastrellati e catturati nella provincia di Ravenna ed i 45 giovani volontari della Brigata Ebraica caduti nella terra di Romagna per la Libertà.

La Brigata Ebraica partecipò alla liberazione delle principali città romagnole: Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola.

Nel 1945, nello schieramento delle truppe alleate a sud del fiume Senio, la Brigata Ebraica combatté insieme ai gruppi di combattimento Friuli e Cremona.

Al termine delle ostilità belliche, nel maggio del 1945, la Brigata Ebraica ricevette l’ordine di trasferirsi a Tarvisio, punto strategico per la fuga dei sopravvissuti ebrei europei alla barbarie nazi-fascista.

Contemporaneamente, i membri più attivi della brigata furono inviati in tutte le nazioni europee per aiutare le popolazioni ebraiche a ritornare a vivere, in modo particolare furono impegnati nell’opera di assistenza agli orfani ed agli ebrei che scelsero di andare a vivere in Israele.

Gli ebrei italiani furono molto attivi nei vari movimenti antifascisti; molti furono inviati al confino (Carlo Levi, Raffaele Cantoni, Vittorio Foa, Emilio Sereni, Umberto Terracini, ecc.), altri furono torturati ed assassinati (i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Leone Ginzburg, Matilde Bassani, Mario Jacchia, Eugenio Curiel, Eugenio Colorni, Emanuele Artom, Ildebrando Vivanti, Enzo Sereni, Rita Rosani, Riccardo Pacifici, Nathan Cassuto, ecc.). Delle migliaia di ebrei italiani deportati lager nazi-fascisti pochissimi ritornano nelle loro case (Primo Levi, uno di questi, testimoniò questa sofferenza infinita nei suoi libri). Solo a Roma, dal rastrellamento del vecchio ghetto del 16 ottobre 1943 fino alla liberazione della capitale (4 giugno 1944) i deportati furono, complessivamente, 2091 (1067 uomini, 743 donne, 281 bambini). Di questi deportati nei campi di sterminio ritornarono 73 uomini, 28 donne e nessun bambino. Alla fine del 1945, quando l’Italia riscopriva la libertà e la democrazia, la piccolissima Comunità Ebraica Italiana (circa 41.000 persone al momento del censimento delle famigerate leggi razziali del 1938), iniziava a contare le sue vittime. Secondo i più recenti dati forniti dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, ammontano a 7049 martiri, tra i quali i 77 ebrei uccisi alle Fosse Ardeatine insieme ad altri 258 italiani ed alle migliaia di uomini, donne e bambini assassinati nei campi di sterminio nazi-fascisti.

Ogni anno, una delegazione di reduci, combattenti e loro familiari proveniente da Israele, accompagnata dall’Ambasciatore di Israele in Italia, dagli addetti militari israeliani, dalle autorità politiche e militari della Provincia e del Comune di Ravenna, rende onore ai gloriosi combattenti della Brigata Ebraica, presso il cimitero militare di Piangipane, che ha contribuito a liberare la nostra terra dalla barbarie nazi-fascista.

Al riguardo è importante ricordare che il 25 Aprile 2003, in Piazza Venezia (Foro Traiano) a Roma, è stata organizzata un’importante cerimonia per ricordare la Brigata Ebraica, con il patrocinio del Comune di Roma, della Comunità Ebraica Italiana, dall’Associazione Italia-Israele e dell’Associazione Amici di Israele.

A tale cerimonia hanno partecipato il Sindaco di Roma, On. Walter Veltroni, ed il Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, Rav. Riccardo Di Segni.

La storia eroica ed avventurosa dei combattenti della Brigata Ebraica si può leggere in un bel libro di recente pubblicazione (H. Blum, La Brigata, Edizioni Il Saggiatore 2002).

* Professor Cesare Baccini, direttore del Laboratorio di Farmacologia e Tossicologia nell”Ospedale di Ravenna, docente universitario di Biochimica, Tossicologia e Chimica-Fisica Biologica nelle università  di Pisa, Bologna, Modena.

Le prime elezioni amministrative
Torna su

Giovani leader (tra il 10 marzo e il 7 aprile ‘46) tengono comizi perché ci sono le elezioni amministrative.

Sono di partiti diversi e hanno idee chiaramente diverse, ricorrono anche a elaborazioni teoriche già esistenti e vietate dal Fascismo. Ma i temi trattati riguardano preferibilmente le questioni contingenti e la ricostruzione. Il territorio ravennate ha subito bombardamenti e molte abitazioni sono crollate o pericolanti; mancano i ponti, le scuole devono riprendere a funzionare e così gli ospedali e l’assistenza sociale, ma più di tutto è la mancanza di lavoro che preoccupa in una realtà fortemente agricola, con poche fabbriche e quasi esclusivamente di dimensioni ridotte.

La gente partecipa e mostra interesse perché il Sindaco dipenderà dalle sue scelte, non più come il Podestà che veniva nominato dal Ministro degli Interni. E la preoccupazione di scontri fisici nel clima post-bellico, seppur giusta si mostra ingiustificata in tutta la provincia.

A Ravenna PCI e PSIUP e Pd’A si presentano insieme, così anche in provincia dove ci sono unioni anche solamente tra PCI e PSIUP.

Il PRI e la DC e il PLI stanno spesso da soli, rari sono i casi di unione tra DC e PRI, e tra PRI e Pd’A.

Altissima è l’affluenza al voto.

La sovranità popolare è sentita come il diritto-dovere d’intervenire nell’amministrare la Cosa Pubblica.

La coalizione di sinistra è prima in tutti i 18 comuni.

Il risultato in città è emblematico perché diventa Sindaco il comandante partigiano Gino Gatta, di estrazione popolare e conosciuto anche come Zalet

Boldrini e Zaccagnini alla Costituente
Torna su

Boldrini e Zaccagnini alla CostituenteRavenna dà due uomini all’Assemblea Costituente della futura Costituzione: per la Democrazia Cristiana viene eletto Benigno Zaccagnini, per il Partito Comunista, Arrigo Boldrini, che farà anche parte della Commissione dei 75, la Commissione redigente.

Due uomini che vengono dalla Resistenza e hanno una radicata cultura d’indipendenza e dignità della persona.

Le loro idee sono diverse, ma non nella struttura e nei principi della Forma Stato che deve nascere: democratico, laico, repubblicano, antifascista.

Sono senz’altro impegnati nel dare alle classi sociali più deboli, la stessa opportunità di successo economico che spetta da sempre alla classi sociali più ricche.

Boldrini e Zaccagnini, nell’assumere l’incarico, non vanno per «stendere articoli sulla carta e poi si vedrà», bensì rinnovano una battaglia già presente negli uomini politici d’inizio secolo, che ponevano nei programmi di lotta l’evoluzione sociale dei braccianti e della gente umile.

Hanno la convinzione che, finalmente dopo secoli, la libertà formale potrà anche essere quella sostanziale. C’è in loro la consapevolezza della nascita di un Uomo nuovo e, quindi, della necessità di una Carta Prima degli italiani che tenga conto di quei principi, valori, bisogni sociali e di dignità anche nel lavoro, presenti nelle idee dei partigiani.

A questo fine contribuiscono a costruire una Costituzione lunga e rigida, non modificabile con semplici leggi ordinarie, fortemente libertaria e garantista all’interno di una netta divisione dei poteri, con un’attenta Corte Costituzionale e un potere decentrato.

Ultimo atto: il Trattato di Pace
Torna su

Trattato di PaceAlla firma del trattato di pace (Parigi 10 febbraio ‘47) le potenze Alleate ed Associate riconoscono all’Italia lo status di cobelligeranza, ma il merito non va ascritto alla Corona, bensì alla Resistenza e la provincia di Ravenna in questo ha un’importanza prima: le condizioni belliche la pongono sulla Linea Gotica ma i suoi abitanti non scelgono la passività e l’attendismo, sviluppano, invece, una presenza antagonista diffusa, rischiando moltissimo se si considera che è all’interno dell’esercito tedesco e della RSI.

4.468 sono i partigiani combattenti, 2.246 i patrioti impegnati nelle retrovie. 177 sono i caduti in combattimento e 427 per rappresaglie nazifasciste. 371 sono i feriti in combattimento e oltre 300 i deportati nei campi di concentramento. 11 partigiani vengono decorati con la medaglia d’oro al Valor Militare, 34 con la medaglia d’argento al V. M., 9 con la medaglia di bronzo al V. M., 4 con la croce di guerra al V. M.

Alla città di Ravenna va la medaglia d’oro al V. M., ad Alfonsine e Riolo Terme va rispettivamente una medaglia d’argento al V. M., a Lugo la medaglia di bronzo al V. M. e Faenza, Massa Lombarda, Fusignano sono decorate con la croce di guerra al V. M.; la bandiera di combattimento della 28° Brigata Garibaldi “Mario Gordini” è decorata di medaglia d’argento al V. M. e, come già ricordato, il comandante Bulow è decorato con la medaglia d’oro al V. M.

Nei mesi di lotta partigiana i ravennati conducono una lotta di popolo e la loro volontà trova sintesi nell’organizzazione, nell’unità delle forze antifasciste, nell’iniziativa.

Alla domanda se la Resistenza sarebbe nata lo stesso senza i giovani che la promossero, va risposto marxianamente che le mutate condizioni oggettive di una società creano e selezionano i nuovi quadri dirigenti, ma va detto che prima del 25 luglio gli uomini che professano un pensiero antagonista ci sono già e diventano un indispensabile punto di riferimento.

 

Share

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *