Baffè e Foletti: due famiglie distrutte (17 ottobre 1944)

casa baffè«Sono due note famiglie che hanno sempre lottato contro il fascismo». Così scrive sul suo diario (Diario di Bulow) Arrigo Boldrini due giorni dopo l’avvenuta tragedia. Si tratta dell’ennesima vendetta nazifascista.

Il teatro di questo triste evento è Massa Lombarda. Nella notte del 16 ottobre 1944 alcuni camion che provengono da Lugo e Sant’Agata si avviano verso la periferia del paese, più o meno nei pressi di via Martello. All’interno dei mezzi vi sono decine di nazisti e fascisti pronti per un rastrellamento mirato. Il loro obiettivo è casa Baffè.

La famiglia è nota per il suo impegno nella lotta antifascista. Giuseppe è già stato condannato due volte dal tribunale speciale per la sua avversione al fascio. Sua figlia Osvalda (Lalla) è staffetta e caposquadra di un Gap di Massa Lombarda. Alfonso, fratello di Giuseppe, ha da tempo aperto la sua casa ai partigiani, mentre gli altri membri della famiglia sono impegnati nella lotta e fanno parte del distaccamento “Umberto Ricci”.

Il manipolo nazifascista rastrella tutta la zona dirigendosi verso la proprietà dei Baffè, ma lungo il percorso sono intercettati da un gruppo di gappisti che li impegnano tutta notte. Nello scontro muoiono un ufficiale tedesco ed il partigiano Giulio Scardovi. Ma le file dei fascisti si ingrossano con l’arrivo di nuovi reparti ed ora la loro avanzata è inarrestabile.

Alle 5 di mattina del 17 ottobre arrivano a destinazione. A quel punto la loro ferocia non conosce più limiti. Tutti i Baffè vengono picchiati, senza distinzione di sesso o età. I nazifascisti vogliono avere informazioni sull’organizzazione partigiana, ma nessuno parla, e allora li caricano sui camion. Alla casa del fascio di Massa Lombarda i Baffè sono crudelmente torturati, a Davide vengono addirittura trafitte le pupille. Ancora una volta nessuno parla, nessuno osa tradire la causa partigiana.

Giuseppe BaffèCosì sono tutti ricondotti a casa, dove si consuma la loro fine. Ci sono i dieci Baffè (Alfonso, Angelo, Davide, Domenico, Federico, Giuseppe, Maria, Osvalda, Pio e Vincenza), i loro garzoni Severino Gallo e Giuseppe Cassani, gli sfollati Germano e Giulio Baldini, l’amico Augusto Maregatti e i coloni Leo e Antonio Landi. Alcuni sono fucilati sull’aia. Gli altri vengono stipati in casa, insieme ai cadaveri dei loro parenti e amici appena spirati. I nazisti fanno esplodere le mine e, non paghi, danno fuoco alle macerie, sulle quali poi pongono un cartello che recita: «Qui abitava una famiglia di partigiani e di assassini».
La loro sete di morte però non è ancora placata. Un’altra casa e un’altra famiglia diventano vittime del loro massacro. Si tratta dei Foletti. Vengono catturati i fratelli Adamo, Angelo e Antonio, insieme al garzone Giuseppe Cavallazzi. Sull’aia la loro vita è irrimediabilmente segnata da una raffica di mitra. L’ottantenne Giuseppe Foletti, infine, viene infilzato con un forcone e poi arso nel fienile.

Alla morte del partigiano Scardovi, si sono aggiunte così le vite spezzate dei Baffè e dei Foletti. In un solo giorno 23 persone sono spirate a causa della spietata rabbia nazifascista.

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